"Dentro", gli studenti del Rummo incontrano i costretti della casa circondariale di Benevento

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Si è concluso questa settimana, presso la casa circondariale di Benevento, sita in Capodimonte, il progetto “Dentro”, che ha visto coinvolti la classe 5 sez. E del liceo “Rummo” di Benevento e due gruppi di costrette e costretti sul tema della condizione carceraria.

“Quando si pensa ai problemi che affliggono i reclusi si pensa immediatamente al sovraffollamento, alle strutture fatiscenti, al personale numericamente insufficiente a gestirne la conduzione. E i media non propongono altro”. Questo il background del progetto, nelle parole di Sonia Caputo, docente di inglese presso il Rummo e responsabile del progetto “Dentro”, che prosegue: “Ma a quanti la condizione carceraria evoca la devastazione dell’anima che consegue alla carcerazione? Inclusività è parola di attualità nella narrazione scolastica attuale: il riconoscimento dei BES, ovvero dei portatori di bisogni educativi speciali, sta prendendo la giusta e dovuta piega nella scuola; non è scontato e neanche immediato invece pensare ad un’ inclusività più ampia, che abbracci gli emarginati che si collocano agli estremi della società. Eppure, a ben pensarci, è proprio la scuola il luogo per eccellenza che deve farsi carico, per la capacità educativo-progettuale che la connota, di abbracciare realtà a latere, forse troppo ai margini finanche per pensare di considerarle.

“I grandi temi però irrompono nelle tematiche scolastiche e sanno farsi strada nell’anima dei discenti”, sostiene la docente. “Stavamo affrontando il “De Profundis” e “La ballata dal carcere di Reading” di Oscar Wilde. “L’esperienza di docenza già effettuata in anni addietro oltre le sbarre del carcere mi ritornava prepotentemente alla mente, ma soprattutto all’anima. Volevo che l’approccio all’autore e alle tematiche si trasformassero in esperienza di “service learning” pei i miei ragazzi di quinta, ovvero meta-riflessione sulla condizione umana di una parte dell’umanità”.

La docente ha tratto ispirazione dalla normativa e dalla letteratura sulla rieducazione carceraria: “La scuola è ritenuta non solo privilegio di pochi ma necessaria per tutti”(Benelli,2004), “indispensabile al reinserimento sociale”(Canepa e Merlo, 2002) e alla necessità di “proiettare il detenuto come soggetto che sarà “fuori”; un soggetto che “dentro” dovrà acquisire delle competenze che gli permettano di progettare e proiettarsi all’esterno del carcere” (Berti,2004). Per poter operare in tal senso occorrono una visione lungimirante, come quella della direttrice dell’istituto penitenziario, dott.ssa Carmela Campi e della dirigente scolastica, prof.ssa Teresa Marchese, che hanno creduto nell’alta valenza educativa e didattica del progetto; nella collaborazione fattiva di chi opera quotidianamente, nella fattispecie le educatrici, dott.ssa Patrizia Fucci e Cristina Ruccia. Si è trattato, per i costretti, di un lavoro terapeutico atto a elaborare a livello profondo, meta-cognitivo, l’esperienza della detenzione. Oscar Wilde si prestava magnificamente allo scopo, nelle parole della docente, avendo l’esteta vissuto la prigionia e il lavoro forzato per due anni, a seguito di condanna per omosessualità nell’Inghilterra vittoriana.

La forza evocativa della parola da lui magistralmente usata si presta particolarmente, alla promozione del percorso di ricostruzione identitaria dei detenuti. La parola che, facilitata dalla docente e da tutti gli attori del percorso, è riuscita a tradurre le emozioni e il vissuto in parole, complice anche la lettura suadente di un passo tratto dalla “Ballata dal carcere di Reading” ad opera di Michelangelo Fetto della Solot, compagnia teatrale di Benevento. Dopo alcuni incontri di lettura dialogica delle opere di Wilde,che hanno coinvolto in separata sede le recluse ed i reclusi di Capodimonte, è intervenuta la classe 5 E in un incontro emozionante e di immediato coinvolgimento empatico.

Entrambe le parti erano cariche di interrogativi legate ai passi delle opere trattate da rivolgere gli uni agli altri sui temi dell’esistenza, dell’identità, che i ragazzi temono si possa perdere al di là del muro; se è nella sofferenza che si può trovare il senso della reclusione; se la fede o un ritrovato senso della morale, qualora la si percepisca smarrita, possono aiutare a ritrovarsi. Lo stereotipo si è stemperato, superato da un gioco di sguardi su cui si è giocato il rapporto, immediatamente empatico, al di là di quanto potessero o riuscissero a comunicare le parti. Dal canto loro le detenute ed i detenuti sono riusciti a colorare di emozione le loro parole e ad arrivare al cuore e all’anima degli studenti.

“Sono persone circondate da aridità affettiva, cui la privazione della liberà non ha fatto perdere l’umanità”. Queste, in sintesi, le parole degli stessi studenti che riassumono un’esperienza di poche ore, ma che diventerà sempre più consapevole e si connoterà di significati più articolati col trascorrere degli anni. Se ne dice certa la docente che non è nuova all’esperienza di docenza oltre il muro e non ha mai dimenticato il valore della presenza fisica ed emozionale di cui si può fare dono a chi non può, anche in una maturità affettiva raggiunta o ritrovata, provare a ricostruire legami di reciprocità. 

Carmen Chiara Camarca



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