
Era una domenica. Era il tardo pomeriggio, per molti quasi l’ora di cena. Il cielo rosso avvolgeva città e paesi, mentre le tv si accendevano prevalentemente sulle sintesi delle partite di calcio. Era il 23 novembre del 1980.
Alle 19.35, una scossa di terremoto di 90 interminabili secondi cambiò per sempre il lento fluire della quotidianità per gli abitanti di almeno 3 Regioni (Campania, Basilicata e Puglia). I morti furono quasi 3000. Alcuni piccoli comuni furono cancellati dalla faccia della terra. Gli sfollati raggiunsero cifre da capogiro. E la gravità della situazione si comprese solo col passare dei giorni. Ore interminabili in cui i soccorsi tardarono ad arrivare. Non era l’epoca dei cellulari. Non si poteva comprare, con due euro, un gesto di solidarietà che avrebbe appagato le coscienze degli italiani. Chi, per primo, si tuffò tra le macerie a prestar soccorso, lo fece a mani nude e con la forza della disperazione.
Sono trascorsi 31 anni da quel fatidico giorno. Ognuno ha elaborato, a proprio modo, il lutto, la paura, il disagio. E, certo, non tutte le ferite – nonostante il passare del tempo – sono guarite.
Tra queste ce n’è una forse meno evidente che, però, ha lasciato la sua cicatrice profonda in tutti coloro che vissero quell’esperienza terrificante. Non importa quanti anni avessero quel giorno. Se erano troppo piccoli o già adulti. Se i loro ricordi siano stati drogati, nel corso del tempo, dai racconti degli altri. Se la loro memoria ha scelto di conservare quel boato interminabile piuttosto che il volto terrorizzato di chi gli stava accanto. Il terremoto è dentro ognuno di loro. E’ dentro ognuno di noi. E, come una liturgia, in questo giorno tutti rispolverano la propria storia, confrontandola con quella degli altri.
E’ un rito al quale nessuno riesce a sottrarsi. E arriva puntuale, come il Natale, a segnare, nella sua tragicità, un sentimento collettivo di condivisione e compartecipazione.
Segretamente, quando in seguito ci furono nel resto del Paese altre calamità simili (su tutte il sisma dell’Umbria e quello dell’Aquila), il pensiero è andato a quella sera di 31 anni fa. Ci siamo sentiti un po’ meschini a fare il paragone. A voler, quasi, stilare una classifica di chi se l’è vista più brutta. Una sorta di rivendicazione della propria percezione dell’orrore che non può e non deve essere dimenticata. L’orrore ha bisogno di essere comunicato. Perché la parola è catarsi e raccontare per 31 anni la stessa storia aiuta ad esorcizzare la paura. Cosa stavamo facendo, dove ci trovavamo e con chi, quali anomalie premonitrici abbiamo notato, come abbiamo trascorso la notte… Le nostre storie di quella sera cominciano tutte così.
E si ripetono sempre identiche, con gli stessi brividi lungo la schiena e immutata voglia di raccontare.
Secondo i geologi non sono i terremoti ad uccidere, ma le case. La devastazione che colpì circa 6 milioni di persone e danneggiò il 74% dei comuni delle otto province interessate dal sisma, sarebbe stata senz’altro di minor impatto, se le case non fossero state fatiscenti; se ci fosse stata l’edilizia antisismica (si cominciò a parlare di coefficiente di sicurezza ed elasticità degli edifici proprio dopo il terremoto dell’80, ma la prima normativa di riferimento è del 1996); se il pessimo stato di infrastrutture e trasporti non avesse ulteriormente ritardato i soccorsi (che giunsero solo 5 giorni dopo!).
Sono tanti i “se” che, purtroppo, non cambiano la storia. Ma, forse, possono insegnarci a scriverne una diversa e migliore. Una storia in cui si comprenda che l’abusivismo edilizio e la pressione antropica moltiplicano per cento l’effetto di una catastrofe naturale; in cui il controllo rigoroso nei cantieri, sui materiali per la costruzione e sulla forza lavoro specializzata, può determinare o meno la resistenza degli edifici ai cataclismi; in cui improvvisarsi muratori, carpentieri e operai per piccole opere in case private può cambiare per sempre il corso delle nostre vite.
E’ di ieri sera la nota del presidente dell’ordine dei Geologi della Regione Campania, Francesco Peduto, che lamentava, proprio in tema di prevenzione in materia di rischio sismico, “l’assenza di atti normativi e di pianificazione al passo dei tempi e dei progressi delle conoscenze tecnico – scientifiche e la carenza di controlli sullo stato di salute dei nostri edifici storici”.
I terremoti non si possono prevedere. I danni possibili, invece, sì.
Facciamo in modo, quindi, che questa liturgia del 23 novembre si trasformi in coscienza civile. Perché i nostri racconti di quel giorno non restino solo parole da rievocare una volta all’anno. Ma diventino esse stesse strumenti di controllo, di opposizione all’irregolarità e all’abuso.
Abbiamo già pagato un prezzo molto alto.
Federica Rossi