
L'editoriale di Carlo Panella - Dal Quaderno Settimanale n. 568 - Meno male che ci sono Fausto Pepe e Aniello Cimitile e le loro amministrazioni in carica al Comune e alla Provincia di Benevento, per… il Popolo della Libertà di Benevento!
L’affermazione è meno paradossale di quanto appaia. Meno male, perché la battaglia d’opposizione alle due compagini di centrosinistra è l’unica, sul piano locale, a unire nell’azione le due fazioni in contrasto del partito berlusconiano ormai agli antipodi l’una per l’altra.
Dopo lo strappo che la De Girolamo ha consumato, a danno della parte interna risultata soccombente, quella guidata dai senatori Izzo e Viespoli, immaginare anche soltanto una pace armata, dopo il voto è pura illusione. I fatti sono noti.
Qui, in sede di commento, diciamo che la giovane e spavalda dirigente provinciale non avrebbe dovuto commettere l’errore di stravincere: il troppo storpia dappertutto, in politica ancora di più. Pensare - poiché si può contare sul riferimento centrale più importante e decisivo nel Partito dei nominati - di potersi sbarazzare, in un colpo solo, dei due uomini politici, corazzati da un’esperienza politica che si misura a decenni, è stato un peccato di superbia che avrà i suoi prezzi. Non se ne esce trincerandosi dietro le parole, mentre si è appena finito di vibrare dei colpi di mannaia, fingendo di trasformarsi in impiegatucci che applicano le circolari, invocarne l’ottusa applicazione.
Una volta vinta la battaglia fondamentale (la conferma degli uscenti) per non far crescere l’area politica opposta, ottenendo così migliori chance per il candidato prediletto, la De Girolamo, saggiamente, doveva fermarsi. Doveva concedere ‘il gol della bandiera’ ai competitori interni, arretrare sulla candidatura della donna. Innanzitutto non doveva proporre Marcella Sorrentino, assessore di Montesarchio, in quel clima. Diventa difficile negare, poi, quel che si è già concesso. Comunque, doveva evitare di fare cappotto.
Quando l’altra parte del partito le ha chiesto di farei un altro nome, purché fosse di una beneventana (per rispetto al capoluogo e alla recente ma lunga storia politica del centrodestra di governo in Città), doveva compiere il gesto distensivo, dimostrandosi coordinatrice di tutto il partito.
Non basta: la De Girolamo ha fatto un altro errore, l’uso dei modi sprezzanti verso i suoi avversari interni. Dal momento in cui ha deciso di andare alla rottura totale, non concedendo l’onore della armi agli sconfitti, forte degli agganci al vertice, la deputata ha infierito sul sottosegretario, arrivando finanche a dirgli ‘Esci da Ponticelli’, il popolare quartiere cittadino dove Viespoli è vissuto e vive. A cosa le gioverà l’aver portato a questo livello lo scontro, già duro di suo, e che, sia chiaro, comunque, non è dipeso da lei sola? Tanta parte del partito che dirige gliele giurata ormai. Viespoli è stato netto: con lei, a livello personale prima ancora che politico, s’è creato un solco incolmabile.
Checché ne abbia detto un noto spot pubblicitario, anni fa, non è sempre vero che una telefonata ti allunga la vita (politica). La De Girolamo, infatti, il giorno successivo alla presentazione dei suoi due (su tre) candidati consiglieri regionali a Montesarchio, per chiarire al partito e agli elettori che non avessero ancora capito come stanno le cose nel PDL, ha detto: “A quelli che mi criticano in continuazione, vorrei dire che dovrebbero essere orgogliosi di avere una rappresentante che ha la possibilità d’alzare il telefono e parlare direttamente col presidente Berlusconi”.
Questo “generoso paternalismo rispetto al capriccio”, per usare le parole di Viespoli, può andare bene per prendere lo slancio e vincere una battaglia, ma non è il più solido degli appoggi per rimanere saldi in sella. Occorrono mezzi propri, capacità di mediazione, sapere sciogliere e tenere strette le briglie. Con prudenza, perché se quelli che supponeva ronzini, da poter mandare al macello, si dimostreranno ancora cavalli di razza, allora l’eventualità di venirne disarcionati è ben attuale. I fatti, comunque, diranno se il rischio, comunque eccessivo, assunto dalla deputata pagherà o se invece a pagare tanto azzardo sarà lei.
Poche righe, infine, sulla strampalata vicenda della candidatura di Francesco Nardone nel PD. Prima ha accettato, poi sdegnato (per delle da lui asserite faide interne) ha rinunciato, quindi ha cambiato di nuovo idea e ha detto sì: in 36 ore.
Sono gli scotti del noviziato che si pagano e poi tale incertezza, se confrontata con ben altre censurabili azioni dei politici navigati, si ridimensiona. Conosciamo Francesco da bambino, bravo ragazzo, ora giovane serio. Gli facciamo, per ciò, solo un sincero in bocca al lupo per quest’esperienza. A lui come a tutti i giovani e alle donne (entrambi soggetti deboli soprattutto in politica) candidati in tutte le liste e in tutte le coalizioni alle regionali.
Passi, dunque, ma non per qualcuno a lui vicino, per anni deputato e presidente, più esperto di elezioni che di agronomia e innovazioni scientifiche, addentro come pochi ininterrottamente dal 1987 al 2008, nelle questioni delle candidature: non poteva evitare questo giro di valzer?
Ma, preparandoci a una campagne elettorale che farà sicuramente scintille, non vogliamo insistere ancora sull’argomento. Le colpe dei padri non le devono pagare i figli anche se, come si vede, non di rado accade.