31/05/2010 :: 8:26:20

I prodigi di Marco che alleviava le pene degli altri. Non sprechiamo la fortuna d’averlo abbracciato


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Marco Santamaria
Marco Santamaria

di Tiziana Nardone - Dal Quaderno Settimanale n. 578 - Novembre 2005: la mia prima riunione di redazione al Quaderno. Le sedie: posizionate a formare un cerchio. Io, con le spalle alla porta. Lui, con gli occhi ad affacciarsi sui miei. Siamo in tanti. I ‘veterani’ parlano. Noi ascoltiamo in silenzio. Si arriva allo Sport. Presentano, ai nuovi redattori, le due giovanissime leve. Marco è una di queste, coi suoi 18 anni compiuti da cinque mesi. I suoi occhi sono spugna assorbente. Sorride e risponde pronto. Le persone perbene non fanno clamore.

La sua pratica da pubblicista prosegue spedita. Si scherza sulla sua capacità d’essere sempre informatissimo, persino sui risultati delle squadre minori, molto minori. “Ciao, sono Marco” lo ribattezziamo. Così si presenta, in qualsiasi conversazione telefonica, pronunciando queste tre parole in modo fulmineo, a non volerti rubare tempo, a non essere d’incomodo.

Marzo 2007: scopro che la sua mamma è ammalata, di quei mali brutti, di quelli seri. All’immediato dispiacere, alla paura, alla voglia di scacciare tristi pensieri si affaccia la sorpresa: lo vedo tutte le settimane e non ha fatto trasparire nulla, sempre pronto, sempre puntuale.

Luglio 2007: il Quaderno organizza una diretta sulla manifestazione ‘Quattro notti…’. Per l’occasione utilizza uno dei locali messi a disposizione lungo il Corso. Tutti i praticanti sono coinvolti: con magliette, telecamere e microfoni ognuno segue uno spettacolo, fino a ricoprirli tutti. C’è anche Marco.

Sono appena ritornata da una presentazione di un libro, ho una sete tremenda. Vedo due occhi, enormi, dolcissimi e sofferenti. Vedo un bastone col quale mantenersi in piedi. Vedo un uomo che aiuta la donna col bastone. La mamma di Marco, Rita, scortata dal marito, Carmine, fanno il loro ingresso. Si è fatta accompagnare fin lì.

Prende le mani del direttore, può dire poco. Il direttore parla, parla, per non farla affaticare. Lei stringe le sue mani più forte e il direttore le risponde: “Marco è un ragazzo bravissimo. Deve esserne orgogliosa. Ci pensiamo noi. E’ una promessa”. Non avevo quasi mai visto tanto amore, in due occhi soli.
Settembre 2007: la mamma di Marco muore. Al funerale, in una chiesa gremita, si racconta della sua fede e della carità praticata. Io vedo Marco, un ometto, attraversare la navata centrale della Chiesa di San Francesco, fiero, dritto. Ricordo ancora gli sguardi di tutte quelle persone alla sua entrata, quasi che fosse il protagonista d’un triste film, da vedere scorrere.

Non vado da lui, è circondato. Non voglio essergli d’incomodo. Aspetto all’esterno della chiesa il feretro, per andare via. Lui esce, mi vede, si stacca dalla folla, si avvicina e mi dice: “Grazie”. Volevo solo scomparire, per la mia stupida, onnipresente ritrosia.

Marco continua a lavorare, più e meglio di noi. Ottiene il patentino. Festeggia in redazione. Ma continua pure a dimagrire. Preoccupato per il papà e per la sorellina, dice: “Sono io che devo pensare a loro”. In redazione, lo rimprovero, prendo dei biscotti dalla dispensa e gli dico: ‘Ora li mangi, tutti, davanti a me’. Lui sorride e mi accontenta.

Dicembre 2008, una serata piovosa. Mi parla dell’Avo, l’associazione dei Volontari ospedalieri di cui fa parte, avendo preso il posto della mamma nel reparto dei malati oncologici. Mi propone di unirmi. Io gli dico che non sono capace di gestire tutta quella sofferenza. Lui: “Tutti possiamo essere utili. E’ facile. I vecchietti, ad esempio, sono quelli più irascibili ma sono loro a regalarti i sorrisi più belli. Quando riesco a strappare un sorriso, una stretta di mano, sono felice. Pensaci”.

Febbraio 2009: faccio un brutto sogno. La sera lo chiamo e mi confessa la sua probabile malattia, è da tempo che ha dei disturbi, taciuti per non turbare il padre e la sorella. Comincia il calvario. Prego, seriamente. Sono convinta che si salvi, a lui non può essere negata la grazia, mi dico. Prima operazione, seconda, chemio, che mio…

E’ il luglio del 2009. Durante una telefonata, una sera, si accorge della mia voce strana: di mattina avevo saputo come mio padre dovesse, con un esame clinico, escludere una patologia seria. “Che hai signorina? Cosa è successo?”. Gli racconto tutto, incurante del fatto che ‘lui’ stesse a letto. Mi risolleva, mi assicura le sue preghiere. Mi chiama qualche giorno dopo per sapere. L’esame aveva escluso la malattia. Lui aveva avuto la forza di ricordarsene. Altre operazioni e che mio…

Continua ad accogliermi a casa, con un sorriso. La sua fede è incrollabile. ‘Il male è testardo, non ha ancora capito di avere a che fare con uno più testardo di lui”. Io provo rabbia per questa malattia che non dà tregua, ma non credo al peggio. Mai.

Aprile 2010: è a letto, le analisi parlano con numeri impazziti. Gli consegno la partecipazione alle mie nozze. Gli dico: “Vieni”. Lui: “Non so se ce la faccio”.

1° Maggio, Marco è lì, assieme alla sua splendida fidanzata Carmen, simbolo d’amore e coraggio, a Santa Sofia. Mi giro spesso, lui mi sorride sempre. Ci suggerisce, con le mani, quando alzarci e sederci. Quando lo scorgo al ricevimento, sono troppo felice. Non credevo potesse esserci. Non lo avevo conteggiato tra i tavoli. Si accomoda con i miei parenti e non col Quaderno. Sono mortificata. Gli chiedo scusa. Lui: “Ma stai scherzando? Sto benissimo. Ci sono 2 bimbi al tavolo”.

Domenica 16 maggio, è in ospedale. Dorme. Apre gli occhi e mi sorride, con quel sorriso bello, quello suo. Gli chiedo ancora perdono per il tavolo, lui mi dice: “Ancora? Sono io che ti devo ringraziare. Non avevo mai visto la mia ragazza mangiare così tanto. Mi hai regalato anche questo’.

Poco dopo la mezzanotte di mercoledì 19 maggio, Marco ci lascia soli. Senza di lui. Lo saprò, formalmente, la mattina dopo. L’ho saputo in concomitanza, però. Le pareti del mio stomaco hanno sofferto, per tutto il giorno, fino all’una di notte. Alle 5.54 ho sognato casa di mia madre, la vecchia cucina e alcuni defunti, sorridenti, intorno al tavolo. Mi sono svegliata di soprassalto. Non mi faceva più male lo stomaco. Marco non soffriva più.

Ora, sto male, per me. Per la sua mancanza. Non possiamo più vedere e cingere quel piccolo uomo dai grandi doni. La sua vita non è stata breve. A lui è bastato poco tempo, per
per compiere più prodigi: alleviare le pene degli altri, amare, pure i peccatori, i bugiardi e gli ingiusti. A noi il compito di non sprecare la fortuna d’averlo abbracciato.

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