
L’editoriale di Carlo Panella – Dal Quaderno Settimanale n. 585 - Scriveva 37 anni fa, in canzone, l’immortale poeta genovese: “Certo bisogna farne di strada da una ginnastica d'obbedienza fino ad un gesto molto più umano che ti dia il senso della violenza, però, bisogna farne altrettanta per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni…”. Mai ex cathedra Fabrizio De Andrè tali parole le faceva dire a un impiegato pasticcione, oggi si direbbe sfigato, finito in prigione perché, esasperato dai legami e dalle soggezioni, si fece bombarolo. Ma di quart’ordine: aveva fatto esplodere un chiosco di giornali, anziché il Palazzo.
Ironizzando sulla diffusa violenza politica di quegli anni, preconizzando i disastri del terrorismo che ancora doveva dare il peggio di sé, riaffermò, “in tonalità minore”, una profonda verità sull’impossibilità del potere di essere buono. Molti che in quegli anni avevano (avevamo) forti ideali, pregni di ideologie, usavano tacciare, per queste e altre affermazioni, il cantautore di qualunquismo, qualche altro, più generoso, gli rifilava la qualifica di anarchico. Anche in questo caso, invece, De Andrè s’è dimostrato semplicemente un uomo capace di guardare senza paraocchi e raccontare senza consolare o confortare; evitando al contempo di ergersi a giudice, figura questa cui, anzi, dedicò non poco del suo irresistibile sarcasmo, dal “Gorilla” tradotto da Georges Brassens al brano omonimo, adattato dall’antologia di Spoon River, le poesie di Edgar Lee Masters.
Ci si arriva all’identica valutazione di De Andrè anche navigando sotto costa. Pur solo inerpicandosi sulle stradine del Sannio, disegnate senza logica (che non sia quella del rispetto dei proprietari dei fondi da preservare dagli espropri) o soltanto scansando le innumerevoli buche che il capoluogo riserva (sotto ogni Amministrazione Civica che Dio manda in Terra) a chi vi si rigira dentro, andando a piedi o in quella icona pagana denominata automobile, qui venerata.
Non ci sono poteri buoni perché le necessità (organizzativa della società e produttiva dell’economia capitalistica) che li costruiscono e li mantengono, con le leggi e il monopolio dell’uso della forza, fanno sì che pochi decidano per molti o per tutti.
Una stranezza che la democrazia prova a trasformare in virtù tramite il meccanismo elettorale secondo il quale è la maggioranza (spesso relativa) del partito e della coalizione politica, determinata dai suffragi degli aventi diritto al voto, a incarnare la volontà popolare (almeno quella maggioritaria).
La democrazia è comunque, di tale stranezza, il male minore, conquistato dopo millenni. Un grande passo avanti rispetto a quando decidevano un monarca, dei feudatari, dei nobili e dei ricchi, con poteri assoluti. Così ogni costituzione democratica che si rispetti ha pensato bene di dividere il più possibile il potere, in poteri. Almeno in quelli legislativo, esecutivo e giudiziario, non solo per il migliore funzionamento, ma soprattutto per difendere meglio i tanti, i governati, gli amministrati, dai governanti e dagli amministratori.
La società, pur legittimandoli, ha mostrato di sapere, insomma, che non ci sono poteri buoni. Perché, senza farla troppo complicata, non essendo questa la sede, il rapporto di potere è un rapporto che pone chi lo subisce in una posizione d’obbedienza e chi lo agisce in una posizione di superiorità.
Una posizione questa privilegiata che spiega perché chi si trova a ricoprirla non voglia abbandonarla. Anzi, spesso tende ad accrescerla. Una tentazione che si insinuò finanche tra i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che fecero chiedere, dalla propria madre a Gesù, un posto per loro due nel collegio apostolico ancor più di rilievo rispetto agli altri dieci. Gesù cercò di chiarirgli le idee dicendo che la strada da seguire era, piuttosto, quella del massimo spirito di servizio e lavò pure, a tutti e dodici gli apostoli, i piedi, concreto esempio. Ma non ebbe, né ha avuto ascolto, dentro e fuori la sua chiesa.
Lo vedete voi un consigliere comunale, un assessore, un sindaco, un presidente, una parlamentare, un ministro, un sottosegretario, un giudice, una manager pubblico o un potentato simile a lavare i piedi, metaforicamente, ai cittadini? Oggi, i potenti sembrano quasi da beatificare, se riescono a mantenere pulite le proprie mani…
Un giudizio senza appello per tutti gli uomini di potere? Assolutamente no, perché giudicando - benché astrattamente e quindi in una condizione infinitamente più debole di chi decide le vite e i destini dei più - ci attribuiremmo un eventuale potere di comminare condanne. E’ solo un’amara constatazione dopo una vita passata a fronteggiarli, tra impegno politico, sociale e civile.
Da parte dei cittadini, dunque, il migliore per non dire l’unico antidoto è la partecipazione. Cercare di lasciare meno soli possibile i detentori del potere. Stargli addosso e pretendere decisioni nell’interesse se non di tutti almeno della maggior parte. Non si tratta di mettersi a dispetto coi potenti, benché nel Sud Italia, in assenza della storia comunale e dello spirito civico che da essa ebbe origine, sia difficile da farlo capire. Si tratta di riprendersi un poco di quella propria libertà che, in così grande quantità, il cittadino ha ceduto a chi esercita il potere.
Chi fa informazione, infine e in tal senso, quindi, può e deve agire raccontando il più possibile ciò che fanno o non fanno i potenti, ciò che dicono e soprattutto non dicono apertamente. I cittadini, singoli o associati, infatti, oggi riescono molto poco a controllare. Gli organi di informazione, pur se schierati politicamente, molto di più.
Per questo a Roma li si vuole imbavagliare. Per questo, ovunque, se fanno bene il loro mestiere sono invisi al potere. Per questo il Quaderno non è mai piaciuto ai potenti locali, per questo mai piacerà. Per fortuna.