25/08/2010 :: 17:43:44

Per il Parco Cellarulo si può fare molto di più: peccato per quel milione restituito


A+

A-


stampa

segnala ad un amico

commenta

Share


Sulla vicenda del Parco Archeologico e del Verde di Cellarulo Luigi Pedroni, archeologo di Napoli, ha inviato una lettera al direttore de ‘Il Quaderno’ contenente alcune sue riflessioni critiche. Al di là degli aspetti puramente tecnici cui fa riferimento Pedroni bisogna però precisare, a beneficio suo e dei lettori che per il milione di euro (dei 3 stanziati per la realizzazione dell’opera) non utilizzato e restituito alla Comunità Europea i primi a dolersi durante la conferenza stampa di presentazione del progetto, sono stati il sindaco Fausto Pepe e l’assessore ai Lavori Pubblici, Aldo Damiano. A decidere del rinvio al mittente di una parte del finanziamento è stato l’architetto Andrea Scocca che ha diretto i lavori. Quei soldi, come sottolineato sia da Pepe che da Damiano e oggi anche da Pedroni sarebbero potuti essere spesi per aumentare gli scavi archeologici, la videosorveglianza, bagni e quant’altro.

Di seguito il testo integrale della lettera:

“Gent.mo Direttore,
sono un archeologo professionista che da alcuni anni osserva dall’esterno gli avvenimenti culturali beneventani. Le scrivo per sottoporLe alcune riflessioni, prive di intenti politici, sul Parco archeologico e del verde di Cellarulo recentemente inaugurato. L’iniziativa è stata giustamente lodata dalla parte politica che l’ha realizzata ma, fatta salva qualche opinione critica proveniente dalla parte politica avversa, non si è assistito all’apertura di un dibattito più approfondito. In effetti, non c’è bisogno di ribadire che un’iniziativa che renda fruibile spazi verdi o percorsi archeologici in qualunque città italiana sia senz’altro meritoria.

Tuttavia, la chiusura quasi sbrigativa del confronto sul Parco di Cellarulo affidata ad uno scambio di battute polemiche e l’assenza di una discussione più articolata sul tema ad alcuni giorni dall’ingiunzione della competente Soprintendenza Archeologica all’Amministrazione Comunale di restaurare e salvaguardare i resti archeologici mi ha convinto a scrivere queste poche righe.

Entrando nel dettaglio, naturalmente non posso soffermarmi sul primo dei due elementi che definiscono il Parco, vale a dire il verde, per il quale non ho la necessaria competenza. Passeggiando lungo il viale che ne costituisce la struttura, tuttavia, chiunque potrà facilmente farsi un’opinione sulla percentuale di verde, legno, pietra, metallo e cemento usati nella realizzazione del Parco e sulla sua fruibilità da parte di diversamente abili, bambini, pedoni e ciclisti.

Sul secondo elemento, cioè sull’aspetto archeologico del complesso, ampiamente pubblicizzato e ben evidenziato nel titolo stesso del Parco, invece, mi si lasci spendere qualche parola. Il sito è senz’altro di grande interesse storico-archeologico ed è conosciuto almeno dai primi anni del secolo scorso, ma l’attenzione di politici e studiosi su di esso si è andata focalizzando solo a partire dai primi anni ‘90 per vicende ben note ai Beneventani. Alcuni saggi di scavo stratigrafico sono stati condotti a partire da allora e sono stati ripresi e ampliati tra 2008 e 2009 in vista dell’apertura del Parco.

Dal 2001 sono state condotte indagini geofisiche e ricerche di superficie su quella vasta area i cui risultati sono stati pubblicati in un volume edito a cura di Rotili nel 2006. Non è il caso di addentrarsi nei dettagli archeologici e in quelli della loro divulgazione; ciò che più preme in questa sede è soffermarsi su come l’area è stata esibita ai visitatori del neonato Parco di Cellarulo.

Essa si presentava al momento dell’inaugurazione e si presenta tutt’ora come abbandonata e invasa dall’erba alta; sono visibili alcuni picchetti di ferro arrugginito inutilizzati e i limiti dei saggi di scavo non sono immediatamente riconoscibili, tanto che esso sembra quasi lasciato incompiuto. L’area archeologica non è visitabile all’interno ma solo da lontano attraverso una recinzione, perché non è stato previsto alcun percorso di visita. Il recinto è comunque scavalcabile abbastanza agevolmente in alcuni punti e tutta l’area non è nemmeno video-sorvegliata. Esiste un solo cartello esplicativo riguardante in modo specifico l’area archeologica, è di piccole dimensioni ed è collocato incredibilmente a oltre 2 metri da terra: per giunta, il testo (solo in italiano) è redatto in caratteri relativamente minuscoli ed è corredato da una piantina degli scavi illeggibile da quella distanza.
Per una delle aree archeologiche più importanti di Benevento, per la quale è stato peraltro creato un apposito Parco, queste condizioni risultano a dir poco inadeguate.

È stato frettolosamente annunciato che verranno allestiti in futuro percorsi di visita e che i reperti rinvenuti saranno esposti in una struttura apposita, ma queste notizie non mitigano affatto il disagio attuale nel descrivere una musealizzazione tanto carente. Si apprende, inoltre, che per metterla a punto non è stata ascoltata (oppure è stata trascurata con sorprendente superficialità) la voce della competente Soprintendenza Archeologica che qualche giorno fa in una dura lettera ufficiale, ravvisando tra l’altro alcune inesattezze nei contenuti dell’unico pannello esplicativo installato, ha intimato all’Amministrazione Comunale di Benevento di salvaguardare le strutture presentate al pubblico imponendo un termine di due mesi. Passato questo termine la Soprintendenza procederà alla stima dei danni e alla richiesta di risarcimento.

Si resta ancor più perplessi se si pensa che, degli originari 3 milioni di euro effettivamente stanziati per il Parco di Cellarulo, un terzo sia stato addirittura restituito ai finanziatori perché non utilizzato. La sbalorditiva notizia della restituzione di 1 milione di euro, in un periodo di crisi come quello che stiamo attraversando, sfiora il paradossale ed induce a pensare che, forse per la fretta dovuta a scadenze improrogabili o per gravi carenze di progettualità o per altri ignoti motivi, non si sia trovato il modo di impiegarla per migliorare il Parco.

Eppure, con quei soldi potevano essere apportate molte migliorie, anche in poco tempo e con poca spesa; parlando della sola area archeologica: restauro delle strutture, pulizia e copertura, sicurezza, sorveglianza, ampliamento dell’area scavata, creazione di un percorso di visita, realizzazione di pannelli esplicativi (corretti e tradotti almeno in inglese), ma anche audio-guide, brochures divulgative (anch’esse in più lingue), formazione di guide turistiche locali ecc…., senza contare lo studio, il restauro e l’esposizione dei reperti mobili rinvenuti. Spero, dunque, che ai lavori per la ventilata musealizzazione dell’anfiteatro (area Metalplex) arrida sorte migliore.
RingraziandoLa ancora per l’ospitalità, Le porgo cordiali saluti”.
Dott. Luigi Pedroni

A compendio della sua lettera Luigi Pedroni ha allegato anche un suo breve curriculum vitae: Specializzato in Archeologia Classica, Dottore di Ricerca in Storia Antica all’Università di Napoli “Federico II”, ho svolto il Post-Dottorato presso la University of British Columbia di Vancouver (Canada) e sono stato Ricercatore presso l’Istituto di Archeologia dell’Universität Innsbruck (Austria). Da anni conduco ricerche archeologiche a Pompei e sono attualmente Co-direttore del progetto “Via di Nola – Città dei vivi e comunità dei morti a Pompei” sostenuto principalmente dal Colegio Oficial de Doctores y Licenciados en Filosofía y Letras y en Ciencias de Valencia y Castellón (Spagna). Ho al mio attivo circa 90 pubblicazioni scientifiche, tra libri, articoli e atti di convegni, di carattere archeologico, numismatico e storico.

commenti presenti 3 » LEGGI
^ torna in alto » Tutti gli articoli di