
Si è tenuto lo scorso 28 dicembre al Centro Sociale Autogestito Depistaggio di Benevento in via Mustilli, l’incontro "Non è ora di dormire!", organizzato dalla Rete Commons – Uniti per i beni comuni e dedicato alla memoria di Ibrahima Fofana, il giovane richiedente asilo morto l’8 dicembre scorso a Benevento. Erano presenti, come si legge nel comunicato giunto in redazione della Rete Commons, quasi tutti i profughi ospitati nei centri «Padre Pio» e «Costa d’Arco Village» di San Giorgio del Sannio e «L’Oasi» di Roccabascerana, in complesso più di 70 africani che, insieme ad un centinaio di italiani, hanno riempito gli ampi locali del CSA Depistaggio. L’evento si è diviso in due parti: prima un dibattito sulle migrazioni e l’asilo in Italia e poi una festa con musica reggae. Ospite della serata Alfonso De Vito, del collettivo «InsuTv», autore di reportage sulle migrazioni e sui campi profughi tunisini. De Vito ha raccontato ai richiedenti e ai numerosi italiani presenti la mesta situazione di chi è fuggito dalla guerra libica e si è trovato ad affrontare le pietose condizioni della vita da profugo nei campi della Tunisia o, peggio ancora, il viaggio della morte attraverso il Mediterraneo, per inseguire il "sogno del primo mondo", costato la vita a oltre 2.200 persone solo nel 2011. Naturalmente il discorso ha toccato anche le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo giunti in Campania, in totale oltre 2.000, le cui reali condizioni di vita sono ben al di sotto degli standard previsti dalla legge.
"La Rete Commons - si legge nel testo - ha ribadito per l’ennesima volta la propria solidarietà e vicinanza ai profughi e sottolineato le gravi responsabilità delle istituzioni italiane e della Protezione Civile, alla quale compete il controllo dei centri di accoglienza (decreto emergenziale del 12 febbraio 2011). La Rete ha protestato soprattutto perché ad Ibrahima Fofana non è stato consentito, nonostante fosse suo diritto, di tornare in Mali, il suo paese di provenienza, dove voleva rientrare per morire tra le braccia dei suoi familiari. Tutto era pronto per la partenza, un medico si era messo a disposizione per accompagnarlo, quando le grinfie della burocrazia, unite al vergognoso scaricabarile delle istituzioni, gli hanno impedito di partire. Oggi il corpo di Ibrahima Fofana è ancora nell’obitorio dell’ospedale Fatebenefratelli, in attesa di essere rimandato in Mali, perché possa realizzare almeno da morto il desiderio che aveva espresso".
Momento centrale della serata sono stati gli interventi dei richiedenti asilo. Hanno preso la parola in tre, provenienti da tre diversi paesi dell’Africa occidentale, e hanno anzitutto denunciato le pessime condizioni di vita nella quale sono costretti al centro «Padre Pio»: alimentazione insufficiente, trattamento pessimo, con favoritismi e tentativi di creare divisioni tra i 51 profughi ospitati. In seguito i richiedenti hanno sollevato la questione della richiesta di asilo e della commissione territoriale di Caserta, competente per i richiedenti residenti in Campania, Molise, Abruzzo e Marche. All’interno di un quadro normativo e di una politica già estremamente restrittivi, la commissione di Caserta si configura da sempre come la peggiore in assoluto, con un’altissima percentuale di respingimenti. Basti pensare che recentemente sono stati rifiutate tutte le domande di asilo dei profughi ospitati nei centri di Venticano (23) di Telese Terme (7) e in larga parte quelle arrivate da Campoli MT (41 su 51) e da Ariano Irpino (20 su 21). È una situazione assurda e insostenibile, se si pensa che dalla Libia sono approdati sulle coste italiane solo 23.000 persone (ben poche, rispetto alle centinaia di migliaia giunti in Tunisia e in Egitto) e che il governo italiano ha forti responsabilità nella loro fuga: "Questi ragazzi - prosegue la nota - non sono scappati alla ricerca di un lavoro, perché in Libia già lavoravano (tra loro vi sono ingegneri, elettricisti, sarti, idraulici, cuochi, tornitori, operai specializzati, falegnami, ecc.), ma hanno dovuto lasciare la Libia a causa di una guerra che anche l’Italia ha contribuito a scatenare. Da un lato i quotidiani bombardamenti della NATO, dall’altro le aggressioni razziste dei miliziani di Gheddafi e dei ribelli del CNT hanno costretto questa gente ad abbandonare ogni avere e ad affrontare il terribile viaggio nel Mediterraneo per giungere nella civile Europa e vedersi respingere la richiesta d’asilo, finendo nella triste condizione dei clandestini".