22/07/2010 :: 10:52:9

Riforma Gelmini, l'altra faccia: 'I ricercatori devono estinguersi'. La parola agli interessati


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Nostro servizio - “Guardiamo al futuro con la speranza di poterci realizzare, avere un lavoro, costruire una famiglia, essere felici; siamo giovani. Vogliamo gridare a tutti la frustrazione e lo sgomento per un mondo lavorativo che ci tratta a pesci in faccia, una casta pervasa da nonnismo e clientelismo. Vogliamo cambiare le cose, ma siamo avvolti dall'assoluto silenzio. Nessun giornale, né rete televisiva si è accorta di noi. E' come se ci trovassimo di fronte a un ‘muro di gomma’. Omertà: ecco cosa ci circonda! E se tale ‘riforma’ dovesse essere approvata non ci resterà che l'Ignoranza”.
Pierluigi Chiusolo, studente di Ingegneria dell’Università degli Studi del Sannio, in fondo non chiede molto. Solo qualche speranza. Non per un Futuro Migliore. Per un futuro, e basta. La bufera del decreto Gelmini è appena cominciata e il sistema universitario italiano rivendica i suoi diritti. L’università di Benevento è scesa in campo con molti altri atenei. Dopo la sospensione del blocco degli esami della facoltà di Ingegneria, il 5 Luglio è stata la volta di Scienze. Il rappresentante degli studenti, Carlo Graziano, ha accusato i docenti di essere dei “pagliacci”, per lo sblocco degli esami, effettuato senza alcun preavviso. Ma Continillo ha spiegato che non si poteva correre il rischio di penalizzare gli studenti con borsa di studio e ha aggiunto: “Il governo non bloccherà nulla: noi puntiamo a una costruzione a lunga scadenza”. D’altronde, “il vero problema del decreto è quello finanziario – ha evidenziato il rettore Filippo Bencardino, in un dibattito pubblico, tenutosi il 6 luglio, nella Sala Rossa di piazza Guerrazzi -. Si tratta, infatti, di tagli insopportabili” che contribuiscono a creare “uno stato di incertezza, in cui progettare è impossibile”. Ma “l’Università del Sannio non chiuderà”- ha assicurato Bencardino, a smentire alcune strane dicerie che corrono tra gli studenti. Il rettore ha, inoltre, evidenziato come “l’università italiana abbia certamente bisogno di una riforma”. Per risolvere problemi atavici. Come l’annosa questione dello stato giuridico del ricercatore.

Il Quaderno ha scambiato quattro chiacchiere con uno dei diretti interessati: Francesca Ceroni, ricercatrice a tempo indeterminato, in Tecnica delle Costruzioni, facoltà di Ingegneria, Università degli Studi del Sannio. Ceroni ha notato come “il ricercatore dovrebbe essere, nella scala della università, chi fa ricerca.

La didattica, invece, è affidata ai professori associati e ordinari. Quindi il ricercatore, nel suo stato giuridico, non ha nessun obbligo di didattica. Le ore di lezione cui i ricercatori si prestano sono volontarie: accettano la supplenza che la facoltà ha deciso di dar loro e, in teoria, dovrebbero essere pagati. Nello stipendio del ricercatore non è, infatti, previsto il compenso per la didattica. Accade che, negli atenei piccoli, i ricercatori facciano molta didattica: un mio analogo a Napoli potrebbe non fare i corsi, poiché ci sono molti docenti in quel campo e non ce n’è bisogno. A Benevento, poiché siamo in pochi, non è così e io – ha raccontato la giovane ricercatrice - fino all’anno scorso, ho fatto due corsi, uno da 6 e uno da 9 crediti. Quindi, noi non lottiamo perché la didattica non è pagata. A Benevento c’è in realtà anche una regola interna per cui i primi sei crediti non vengono retribuiti, i successivi, sì. Come, d’altronde, per i docenti associati e ordinari che hanno un obbligo di 12 crediti, compreso nel loro stipendio e gli altri 6 sono gratuiti. Io ne sono contenta, ho un ottimo rapporto con gli studenti. Queste docenze mi vengono pagate poco, ma non fa niente: lo faccio con passione. Il problema è, però, che con il decreto Gelmini, la figura del ricercatore scompare: dal 2013, non sarà più possibile bandire dei concorsi per ricercatori a tempo indeterminato, come noi. Viene introdotta la cosiddetta figura del ricercatore a tempo determinato che ha i nostri stessi compiti, ma ha un contratto di 3 anni + 3. È un precario. Al termine di questi sei anni, se non ci sono fondi, il ricercatore va a casa. O, se se c’è la possibilità economica, l’università può incamerarlo nel suo organico, non più nel ruolo di ricercatore, ma di professore ordinario. Si tratta, insomma, di una promozione di carriera.

Noi protestiamo perché non è giusto che la figura del ricercatore venga abolita: sono le fondamenta dell’università. Con quale cuore, da ora in poi, io consiglierò a uno studente brillante di dedicarsi alla ricerca, se rischia di tornare a casa, dopo 9 anni? Sorgerà un problema di reclutamento: sempre meno giovani saranno interessati alla carriera universitaria. Quindi, verranno meno le risorse e si impoverirà l’università. Io lotto anche per me: sono una ricercatrice e il decreto Gelmini introduce nuove figure che potrebbero scavalcarmi, nella gerarchia universitaria. Io, dunque, potrei restare ricercatrice a vita. Negando l’aspirazione di ognuno di migliorare, anche dal punto di vista economico. Non si sa quando ci saranno nuove tornate concorsuali per professori associati: le ultime sono state bandite nel 2008 e sono slittate a quest’anno, due anni e mezzo dopo. Eppure, i ricercatori svolgono un ruolo importante: se si fa una media nazionale, oltre il 40% della didattica è tenuta da noi. In tutta Italia, da Napoli a Cassino, i ricercatori hanno, perciò, rifiutato la disponibilità a ricoprire incarichi di docenza, pagati e non pagati. Io vado anche a perdere il piccolo extra rispetto allo stipendio. Ma siamo tutti compatti contro il decreto Gelmini: dal 2013, il nostro ruolo sarà reso precario e non si capisce più come si farà carriera.

Andremo a morire e, come ricercatori, ci estingueremo!”. Francesca Ceroni ha, inoltre, spezzato una lancia, a favore “di quelli che vengono tacciati di essere baroni: quando non sono in aula sono impegnati anche per l’università. Non siamo più nell’università di trent’anni fa – ha spiegato la giovane studiosa -, l’università ha bisogno di soldi, per la ricerca, i contratti, i dottorandi, etc. Molto spesso associati e ordinari non sono presenti – non perché stanno a casa a girarsi i pollici o negli studi professionali -, ma perché vanno in giro a cercare fondi”.
Mariangela Zoe Cocchiaro

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