
di Tiziana Nardone - Dal Quaderno Settimanale n. 566 - La mia scuola, pubblica, era una scuola. I miei genitori erano consapevoli che, nonostante tutto, lo Stato stava provvedendo all’educazione della prole, in maniera più completa di quanto avesse fatto per loro. I miei genitori pagavano le tasse. I Governi garantivano loro istruzione, pubblica, e sanità, pubblica.
I miei genitori, prima che nascessi, hanno vissuto a Milano per poco più di un decennio. Mia sorella si è seduta tra i primi banchi, lì. Così, ricordo benissimo come mia madre si crucciasse, paragonando la mia scuola beneventana con la milanese: “Lì avevano la mensa, era tutto pulitissimo, c’era il tempo pieno, avevano più insegnanti, i bambini venivano maggiormente seguiti e stimolati”. Immaginavo, allora, l’aula di Milano come tutta colorata, piena di pastelli e giochi, rispetto alla mia, in un seminterrato, buia e fredda. Imparai a leggere. Mia sorella lo aveva fatto prima. Imparai a scrivere. I caratteri di mia sorella erano maggiormente curati nella forma.
Le assemblee dei genitori? Le nostre erano una farsa, quelle di Milano erano stracolme di padri e madri desiderosi di aiutare, di intervenire fattivamente nella costruzione del miglior futuro possibile per i propri figli. Piccata, risposi studiando, da sola. Leggendo tutto quel che mia sorella, maggiore di 9 anni, procurava in casa. Ricordiamo ancora tutti, ridendo a crepapelle, come, in quinta elementare, avessi afferrato il suo libro di testi latini, pretendo non solo di leggerlo ma, pure, di tradurlo. Se lei poteva farlo, potevo anche io. La mia scuola non sarà stata bella quanto quelle del Nord, ma i programmi sono stati identici u-g-u-a-l-i.
La scorsa domenica, Riccardo Iacona e la sua squadra di inviati hanno condotto un’inchiesta per Raitre sul tema. Era stanca, non mi andava molto di riflettere, magari angosciandomi. Non ho potuto cambiare canale. Sono rimasta esterrefatta. Da anni parliamo dell’istruzione che va in pezzi. Non va in pezzi, è andata, non c’è più! La scuola è finita. L’abbiamo persa, ce la siamo fatta sottrarre. Angosciati per come arrivare a fine mese, abbiamo obliato il futuro. Se non esiste per me, non deve esistere per nessuno. Intanto, ‘i qualcuno’ ben hanno amministrato interessi e classi.
Nella trasmissione venivano paragonate scuola pubblica e privata in Lombardia. Calcinacci, perdite d’acqua, mancanza di mense, palestre e impossibilità di procedere al pagamento degli insegnanti supplenti per la prima; lavagne multimediali in grado di salvare il lavoro fatto nelle aule e di renderlo disponibile in rete (gli assenti non perdono la lezione), computer di ultima generazione, 4 diverse palestre, prati sintetici in grado di assorbire la pioggia e non precludere le ore all’aperto ai pargoli, insegnanti di madrelingua, mense da sogno, per la seconda. Per frequentare quest’ultima, però, i genitori devono effettuare il pagamento di una retta annuale: 7200/9000 euro. Nella pubblica, invece, i genitori si tassano autonomamente per poter tinteggiare le aule fatiscenti o per comprare un computer per tutti gli studenti.
Dove è lo scandalo? Perché chi è agiato non può scegliere? Può scegliere. Non con i soldi dei contribuenti. La Regione Lombardia, infatti, finanzia la scuola pubblica con 24 milioni di euro e la scuola privata con 50 milioni di euro! In che senso? Chi ha un determinato reddito (non superiore ai 46.000 euro dell’indicatore Isee, testimoniato tramite autocertificazione) può accedere agli aiuti regionali per pagare le rette delle private: 1200 euro di bonus per iscritto. Nelle scuole pubbliche, invece, per accedere all’aiuto economico bisogna non superare i 15000 euro Isee (che deve essere presentato, non autocertificato). Si avranno buoni-libro. Gli iscritti lombardi nella scuola pubblica sono 900.000, nella privata 90.000. Così, tirando le somme, per uno studente pubblico la Regione spende 3 euro, per quello delle private 457 euro!
Ricordo quando qualche anno fa si parlò di un pericolo: Berlusconi avrebbe sempre più finanziato le private e tolto alle pubbliche. Lo accantonai, credevo che i diritti quesiti dell’Italia repubblicana non sarebbero stati scalfiti. L’altro giorno guardavo quei bambini. Non erano uguali. Alcuni parlavano fluentemente inglese e disegnavano grafici su lavagne illuminate. Avevano aule con vetrate ampie, parquet in terra, grembiuli e cravatte inamidati, suonavano il piano e giocavano a baseball. Altri, giubbotti sgualciti, mamme appesantite, sfiorite prima del tempo. Soprattutto, occhi vergognosi. Mi sono vergognata. Come una ladra. Come chi ha rubato a un bambino.
Perché noi, nell’ignavia, non solo ci siamo fatti depauperare del nostro futuro, tra precariato e disoccupazione, ma abbiamo nel contempo privato quei bambini della capacità di rimpiangerlo. Non apprendendo, non conoscendo, non sapranno mai cosa rivendicare, cosa voler raggiungere. Le ‘variabili’ sono diventate troppe: Nord, Sud, Ricco, Povero e i termini ‘noti’ quali uguaglianza, ridistribuzione, welfare non si rintracciano più. Ricordiamo quando e dove li abbiamo gettati.