Svimez: Sud in costante ripresa ma resta il divario con il Nord

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Istat: Pil e lavoro, Mezzogiorno in forte recuperoIstat: Pil e lavoro, Mezzogiorno in forte recupero

Primato per la Campania. In crescita export e domanda interna, ma le emergenze sociali sono difficili da superare. E il saldo migratorio è negativo.

Come avevamo anticipato già lo scorso luglio, il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. A fare la parte del leone è stata la Campania, che ha trainato il Mezzogiorno con un sonoro +2,4 %, essendo di fatto la regione che ha registrato la performance migliore in tutta Italia.

Per quanto riguarda i settori, l'elemento maggiormente positivo del 2016 è senza dubbio la ripartenza del settore industriale meridionale.  L’industria manifatturiera meridionale, infatti, è cresciuta di oltre il 7%, più del doppio rispetto al resto del Paese (3%). Ottima performance anche per quanto riguarda le esportazioni. Inoltre, le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno,con un tasso di crescita del +1,3%, manterrà questi risultati, di poco inferiori a quelli del Centro-Nord (+1,6%).

A trascinare l’evoluzione positiva del PIL nel 2017 e nel 2018,sarà soprattutto l’andamento della domanda interna, che al Sud registra +1,5% (per il 2017) e +1,4% (per il 2018). Nel Centro-Nord, invece, aumenta quest’anno del +1,6% e il prossimo del +1,3%.  Nel 2018 la Svimez, inoltre, prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: + 5,4% delle esportazioni (rispetto a +4,3% dell’Italia settentrionale) e +3,1% per gli investimenti (rispetto a +2,7%). A influire positivamente sono state principalmente le politiche di sviluppo territoriale e la ripartenza della domanda interna.

Nell’ultimo anno, infatti, il Governo è intervenuto in misura più decisa a favore delle imprese meridionali, mettendo in campo alcuni importanti interventi che configurano una vera e propria “politica industriale regionale”:dal credito d’imposta per gli investimenti, al prolungamento degli esoneri contributivi per le nuove assunzioni, al sostegno alla nuova imprenditorialità giovanile e all’istituzione delle ZES (Zone Economiche Speciali), rafforzando, così, il ruolo dei "contratti di sviluppo" per l’agevolazione dei grandi progetti di investimento, che possono consolidare la ripartenza dell'industria del Mezzogiorno.
Tuttavia restano le difficoltà delle imprese meridionali ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale.

Secondo le indagini SVIMEZ la politica industriale è da sola insufficiente per sostenere l’ammodernamento di un sistema produttivo che al Sud è ancora troppo limitato. Occorre, pertanto, adottare una strategia generale che può partire dal dotarsi di una leva di forte attrazione di investimenti esterni e dall'agire sul contesto, attraverso il rilancio degli investimenti pubblici nell'area. Oltretutto, sebbene il Sud abbia agganciato la ripresa (e anche i dati per il prossimo biennio sembrano essere incoraggianti) non si può ancora cantare vittoria.

Come già riportato, infatti, la ripresa non incide sull’ emergenza sociale, dal momento che  il tasso di occupazione nel Mezzogiorno, è ancora il più basso d’Europa (del 35% inferiore alla media UE). Inoltre, alla fine del 2016ha perso altri 62 mila abitanti.  Il saldo migratorio totale meridionale continua a essere negativo e sfiora le 28 mila unità, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500.  In particolare nel 2016 la Campania,perdendo9.100 abitanti, resta una delle regioni italiane con il più alto tasso di migrazione. Secondo Svimez che, considerando il saldo migratorio dell’ultimo quindicennio, ha elaborato una stima inedita del depauperamento di capitale umano meridionale, c’è stata una perdita di circa 200 mila laureati meridionali. Moltiplicando questa cifra per il costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi, che verrebbero poi trasferiti alle regioni del Centro Nord e in piccola parte all’estero. Quasi 2 punti di Pil Nazionale.

In generale, dunque, un riequilibrio territoriale, fondato sulla responsabilità e sulla leale cooperazione dei livelli di governo, consentirebbe non solo di ridurre i divari sociali, evidenziati da povertà e disuguaglianze crescenti, ma di configurare un vero e proprio nuovo patto per lo sviluppo, in cui il Sud possa tornare a concorrere, da protagonista, al rilancio dell'intero Paese.

Carmen Chiara Camarca



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