
di Tiziana Nardone – Dal Quaderno Settimanale n. 567 - Perché se uno seduto sta, compatta l’addome, ma poco. Invece, se uno, disteso supino, afferra un solo ginocchio, abbracciandolo posteriormente e portandolo all’altezza del petto, si accartoccia, comprimendo, scacciando l’esterno. Pure la musica, ascoltata da tutti i presenti, viene scandita in modo differente, nella testa di ognuno. Il silenzio, poi, è sublime: anche il solo respiro degli altri si può avviluppare fino ad annientarlo.
Ultimamente sono costretta a scostare troppe imbecillità. Almeno, secondo il mio personale, fallace, giudizio. In quei momenti, fisso le labbra dell’interlocutore, stempero la sua voce e immagino che dica tutt’altro. Sogno che parli per capire le esperienze degli altri e non per giustificare la sua. Sogno che non stia tentando di convincermi della bontà delle sue idee e delle sue credenze ma che, invece, si denunci: “Non riesco a comprendere, se ci aiutassimo tutti, insieme, ognuno col proprio apporto?”. Sogno che il mio essere non venga tacciato perché diverso dal suo e che non mi si dica: “Devi fare così”. Sogno che non si parli prima ma che si aspetti di poter valutare.
Sono stanca delle bugie che ognuno dice e si dice, perché ferito o perché già debole. Ho ascoltato un uomo, un sociologo, affermare che negli ultimi 15 anni il mondo pare essersi fermato. Non accadeva da secoli. Non ci sono più creazioni. Solo innovazioni su quanto già scoperto. Per intenderci, siamo passati dal fuoco alla ruota, dal motore al computer e poi… ci siamo fermati.
“Viviamo una disarmante esperienza del peggio – ha sentenziato il rapporto 2007 del Censis -. La nostra non è una società ma una poltiglia cui si potrebbe sostituire il termine di mucillagine. Un insieme inconcludente di elementi individuali e di ritagli personali tenuti insieme da un sociale di bassa lega”.
Che… fortuna esserci capitati! Passeremo alla storia non per quelli oppressi o ribelli, poveri o borghesi, illuminati o conservatori ma per plancton e mucillagine.
Oppure, se volessimo nobilitarci, salendo la scala dell’evoluzione, è semplicemente l’inferno. Quello di Rimbaud: “L’Inferno antico: quello di cui il Figlio dell’Uomo aperse le porte”. E’ facile fare buio. Mi serve il sole, la luce. Poi, per coprire quel sasso, per offuscarlo, mi basta sollevare il pugno della mano, allargandone le dita. A meno che, qualcuno non intervenga a spostarmi.
Bambina esercitavo il mio potere sulle cose distruggendole. Volevo vedere cosa c’era dentro. Così, il giocattolo appena consegnatomi sopravviveva il tempo necessario a liberarlo dall’involucro. Un attimo mi separava dalla cassetta degli attrezzi di mio padre e dal suo martello. Poi, appena sola, in camera, alzavo il ‘maglio’ e ‘svisceravo’ il dono!
Quell’oggetto aveva finito di interrogarmi. Sulle pietre, poi, impratichivo il dominio. Pensavo che quella roccia, in terra, c’era da sempre. Io, però, potevo modificare il corso delle cose. Sceglievo tra quelle più grandi. Dovevo, insomma, scavare il terreno e creare un’ellissi intorno a essa per sollevarla. La trasportavo fino a un muretto in cemento e cominciavo a colpirla con un’altra. Dovevo scalfirla, per lasciargli il segno mio.
Un giorno fui colta in flagrante. Dopo un ceffone ben assestato, mi fecero vergognare: “Quella pietra è stata cullata dalle acque ed erosa dal vento per essere così levigata. Ci sono voluti millenni. Poi, arrivi tu, la prendi e la dividi in due? Perché? Ti serve per costruirci qualcosa? Per ripararti? Per arginare? No. Non ti serve a nulla. Se non per dimostrarti una stupida”.
Beh, avevano ragione. Poi, mi fecero vedere quello che si poteva ottenere mettendole una vicina all’altra. Costruzioni maestose se paragonate alle mie inutili scalfitture, capaci di resistere al tempo e di ricordare.
Una folla in tumulto emoziona o fa paura, un uomo solo, magari inseguito, impietosisce, rattrista. Dovremmo, insomma, cercare di riscoprire la condivisione. Non ognuno seduto dietro alla scrivania e innanzi a un monitor. Non distorcendo le parole dell’interlocutore per piegarle a quello che si vorrebbe sentire. Non piegandosi per rifiutare.
La gentilezza, il guardare negli occhi, il toccare un braccio, il tacere su una caduta di stile o su un’ignoranza hanno grandi poteri. Avvicinano o per lo meno stemperano. Le falsità, le calunnie, gli egoismi, invece, devono essere osteggiati con forza. Ognuno è responsabile di quello che non si è saputo evitare.
Mettiamo al bando gli approfittatori, i vili, i bugiardi. Schiaffeggiamo chi distrugge, chi manovra esclusivamente per il proprio interesse. Abbracciamo, invece, chi non sa, chi è solo, chi è rimasto solo. Parliamo, combattiamo, creiamo e miglioriamo. Domani, qualcuno ci difenderà.