Bucarest e Brunella

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Brunella, quasi coetanea, la conobbi d’estate. A Tropea. Ero di corvée con l’amico Filippo, oggi architetto. Nel luogo deputato al lavaggio dei piatti e delle scodelle di tutti gli altri amici campeggiatori beneventani. Lei pure era di turno, con l’amica Nadia. Erano venute al Sud con altre conterranee. Facemmo subito amicizia. Con Brunella poi ci scrivemmo e, tramite lettera, mesi dopo, in autunno, m’invitò a casa dei suoi a Modena. Per farmi conoscere quella città, allora, veramente mitica per gente come noi, cresciuta nel bianchissimo Sannio. Lei, del resto, come se non bastasse, era anche la segretaria di un circolo della Fgci… Furono con me molto ospitali. Mi fece vedere la Ghirlandina e il centro storico pieno di portici. Non mancai il pellegrinaggio al palazzo della Federazione del Partito (lì oscillante tra il 60 e il 70% dei voti) e a quello della Cgil, prima di concludere la giornata in un’altrettanto rossa… osteria, tra lambrusco e sangiovese.

A pranzo, il giorno dopo, il papà raccontava storie familiari, fitte di partigiani e cooperative, e di come, l’anno prima, anche lui fosse stato a Bologna, “invasa” dai ragazzi del movimento del ‘77. Aveva fatto parte del “servizio d’ordine”, più esteso e capillare di quello ufficiale e più fornito… Quella manifestazione, infatti, fu una sfida alla sinistra ufficiale, nella sua capitale. Da tutta Italia giunsero ragazze e ragazzi, per adesione politica ma anche culturale a quella breve stagione di rivolta. Per ciò il popolo “rosso antico” si era mobilitato per contenere quelli che, proprio alla festa nazionale dell’Unità, a Modena, qualche giorno prima, con severità, Enrico Berlinguer, aveva chiamato “untorelli”.

Dopo il caffè, tuttavia, in quel convivio così in comunione, politicizzato e aperto, la Compagna Mamma ebbe un’uscita che diede fuoco alle polveri: “Però, disse complimentandosi, che ragazzo educato e preparato sei, nonostante sia napoletano…”. Solo le buone maniere rispettai, nella polemica che subito feci divampare, con tanto di accuse di razzismo e ignoranza con cui reagii risentito. I toni poi s’abbassarono, ma la discussione durò. Brunella provò a spiegare che le migliaia di meridionali lì velocemente emigrate, soprattutto per lavorare alle ceramiche di Sassuolo, avevano portato a far sparire troppe biciclette lasciate davanti agli usci o a comparire i furti nella case lasciate con le chiavi nelle serrature. E le ragazze che lì uscivano di notte, senza problemi, cominciavano a subire molestie e aggressioni intollerabili. La vita quotidiana degli emiliani era stata minacciata prima e cambiata in peggio poi dopo l’arrivo in massa di “quelli del Sud”.

Io opposi che le generalizzazioni sono sempre sbagliate, che i meridionali lì giunti erano i meno abbienti e acculturati, ma che comunque producevano reddito e facevano vivere meglio i modenesi, facendo mestieri che loro non volevano più fare. Morale: me ne tornai nella “nostra città tanto triste” da quelle “case sognate ora viste”, coi miei miti, se non “morti ormai”, almeno feriti… parafrasando il barbuto chansonnier (modenese…). Poche altre lettere ci scrivemmo con Brunella, ma quella discussione mi segnò, anche per le loro ragioni che, passata la rabbia orgogliosa, mi parvero sussistenti.
Se io fossi oggi ventenne e arrivassi da Bucarest, anche solo per turismo, verrei (pre)giudicato diversamente? O non correrei, invece, il rischio, in una qualsiasi cittadina in Italia, individuato come rumeno, di esser preso a sprangate? Ma, d’altro canto, io ora cinquantenne come reagirei, se persone di lontana provenienza mi derubassero o usassero violenza a persone a me care? Non sarebbe la mia rabbia superiore a quella che allora mi scosse per il riscontrato pregiudizio?

Ho riportato l’esperienza personale, lontana sia nel tempo che nella temperie, per dire che ha radici lontane la divampata polemica su sicurezza e immigrazione, dopo l’efferato assassinio della donna a Tor di Quinto e il raid razzista contro 4 rumeni seguito. Diversi i protagonisti, non altrettanto il copione. Se necessarie e utili alla sicurezza d’ognuno sono le politiche preventive tese all’integrazione e a facilitare in ogni modo l’inserimento di coloro che vogliono vivere e lavorare in Italia, ancor più lo sono l’efficacia e la puntualità dell’azione repressiva della Stato. Con l’espulsione reale del reo straniero o con la sua condanna ed effettiva carcerazione. Per mantenere in vita il civilissimo principio che la responsabilità penale è del solo colpevole e non del popolo (o della regione…) cui appartiene bisogna che chi sbaglia paghi e subito. Se no, com’è sempre accaduto, ci vanno di mezzo quelli che non c’entrano, non solo per le reazioni squadriste dei razzisti (da carcerare e punire con pari efficacia), ma anche per il marchio d’infamia del pregiudizio. E tra questi i meno garantiti, quelli che vivono nelle zone prossime alle favelas cittadine in cui tanti stranieri s’ammucchiano. Esse infatti quasi sempre sono in periferia: i più deboli vicini ai debolissimi. Nessuno, insomma, alla fine ne rimane fuori, se salta la legalità. Non solo chi arriva oggi da Bucarest e ieri andava in fabbrica a Sassuolo, ma anche i più solidali e i più aperti: Brunella, i suoi genitori e chi ieri partiva da Benevento…



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