Benevento, clima Mondiale. Servirebbero più chiodi... Noi, colpevoli di quest’Italia nella nostalgia di quel rione

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di Tiziana Nardone - Dal Quaderno Settimanale n. 581 -
- Davvero credi che ti sia sufficiente accavallare le gambe, incrociare le braccia e avvicinare le spalle all’addome per evitare il dialogo?
- (‘Non voglio affatto dialogare’, pensò, ma disse altro) Mi accusi di una posizione di difesa che non sto minimamente assumendo.
- Non ho alcuna intenzione di continuare questa farsa. O te ne vai tu, o me ne vado io.
- Fallo. Non ora, però.

Questo, in sostanza, l’estratto dell’ultimo scambio di vedute, tra due persone fintamente intelligenti.
Vi starete immaginando chi possa essere chi. Starete riallacciando determinati fili a costruire una storia.
Smettetela. Siete voi. Siamo noi. E’ l’umana maniera di tentare di risolvere l’irrisolto. Il peso di una situazione che andrebbe denunciata e combattuta ma che, nella pigrizia, consapevoli di dover pur prendere una posizione, liquidiamo con un aut-aut. Per poi, invece, rimanere fermi, nella situazione in cui si è. Trascinandola, sfinendola. Certo, ci sono pure gli inconsapevoli per antonomasia, i pigri per eccellenza, i pavidi di natura, ma quelli non generano parole. I capaci sì. Parole di disprezzo per l’inazione.

Siamo colpevoli di ciò che non riusciamo a evitare: lo smantellamento della Fiat di Pomigliano per una più economica Polonia; l’oblio delle cause delle stragi in cui persero la vita i giudici Falcone e Borsellino; il sovvertimento di uno Stato costituzionalmente democratico a favore di obiettivi piduisti; il declino di una libertà di stampa che già fortemente si limita; la mancanza di servizi sociali a ristoro di una delle tassazioni più alte d’Europa, il latrocinio di classi agiate e colluse al potere.

Siamo colpevoli di questa Italia. Proprio noi, mentre armeggiamo nel nostro giardino, rinforzando il recinto, tinteggiando il cancello per un ‘verde vittoria’ ormai sbiadito. Siamo colpevoli del ‘mio’, incapace di essere nostro. Siamo colpevoli di scrivere soltanto. Come se bastasse dichiarare il proprio disprezzo per sedare la cognizione dell’ingiustizia.

Non basterà sperare in un domani migliore, utilizzando l’immaginazione per fuggire dall’ora, dal qui. Non basterà svenire per allontanare la paura o il dolore. Non basterà chiamare a scusante la ‘nausea’ dell’essere stati gettati al mondo. Non basta già.

Staccò le dita dalla tastiera. Con quel cicaleccio era impossibile continuare. La signora delle pulizie dell’appartamento al primo piano, nell’edificio di fronte, stava amabilmente conversando ad altissima voce, al cellulare. La vedeva eliminare la polvere, mangiandola con uno straccio inumidito. In realtà, il suo ero uno slalom, tra il portapenne, l’astuccio dell’adolescente, la lampada scelta dalla padrona di casa. Non spostava nulla. Urlava, contenta: “Allora ci vediamo stasera, per la partita. Eh, eh. Le birre portale tu, io ho preparato gli arancini. Sì, sì ci sta pure Franco (risata). Sto finendo qua, sopra al Viale. Devo arrangiare qualche cosa. La signora ha detto che il marito resta a casa, stasera, per la partita, e deve mangiare. Mo’ preparo una cosa veloce. Allora, ci vediamo stasera. Cia’, cia’”.

Anche lei quella sera sarebbe stata sola. In genere le interessava poco o nulla del calcio, ma i mondiali compivano il miracolo. La rendevano partecipe, di una squadra e di una nazione. Il rotolare di una palla smetteva d’essere mero fenomeno fisico per diventare speranza, ansia, memoria di gioco.

Si rivedeva a terra, in cucina, davanti al televisore in bianco a nero, a sperare di scorgere il padre tra gli spalti spagnoli, durante i campionati del 1982. L’Italia vinse e il genitore tornò come un eroe, un Ulisse che aveva avuto ragione del suo viaggio, fortemente osteggiato dalla madre.

Quella sera sarebbe stata sola, lo sapeva. In genere, nessuno le ricambiava la sua innata cortesia nel tentare di lenire la solitudine altrui. La sua, si giustificavano di comodo i più, è spesso ricercata, quindi sempre ben accetta. Non era così, ma aveva imparato da tempo a essere delusa.

Quella casa, vuota, da spolverare, da un’estranea, le aveva messo addosso la nostalgia del suo quartiere popolare d’origine. In un attimo fu in auto, in 7 minuti giunse a destinazione. Le facce erano diverse. Più fiere, più consapevoli, più dure, più forti. Non c’è sorriso ad accoglierti. Non un’espressione interrogativa. Ma un tacito esporti il vissuto, così, solo dagli occhi, dai calli dalle mani, dalle rughe piegate del viso. Non c’è ombra. Se non quella dei palazzi, uno troppo vicino all’altro.

Unico rifugio di ragazzini che, terminata la scuola, diventavano un peso insostenibile per delle mamme stanche di sopravvivere. Di qui, per loro, le porte della strada. Scelse una secante tra due parallele per tornare indietro. 5 ragazzini, dai 3 ai 7 anni, appollaiati su un marciapiede e 3 su quello di fronte, a distanza di 2 metri, non di più, presidiavano il cemento. Avevano tutti i capelli rasati, per lavarli in minor tempo, non sudare troppo ed evitare i pidocchi.

Erano disposti in maniera decrescente rispetto alla loro altezza. Il più grande risoluto la guardò dritto negli occhi. Lei capì perfettamente il messaggio: “Qui non si passa. Tu non sei di qua. L’hai fatto ora, non lo fare più”.

Sorrise a annuì. Ricordando tutti i chiodi che sul calare degli Anni Ottanta aveva visto spargere sotto quella Cinquecento. Il proprietario non voleva capire come quel tratto di marciapiede fosse stato eletto a tana del loro nascondino. I chiodi venivano rubati dal meccanico. Uno andava a farsi gonfiare la ruota della bici appena manomessa, l’altro, quello piccolo, quello più veloce provvedeva al necessario. La tana fu conquistata per un’estate intera. L’unione della condivisione vince, sempre.



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