L'Analisi. Su chi pesa l'inflazione

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L’aumento dei prezzi colpisce soprattutto le famiglie più povere. Le misure adottate dal governo sono riuscite a mitigarne gli effetti in particolare su quelle fasce. I costi per le casse dello stato sono però elevati. Servirebbe un fondo europeo.

L’effetto regressivo dell’inflazione

Da giugno 2021 i prezzi hanno cominciato a correre come non si vedeva da ormai quaranta anni. A settembre 2022 è stato registrato un incremento dei prezzi rispetto a giugno 2021 del 9,6 per cento. Tutto ciò, ovviamente, genera enormi difficoltà per le famiglie i cui redditi nominali non variano al variare dell’inflazione, come attualmente accade per la gran parte di quelli da lavoro dipendente.

L’Ufficio parlamentare di bilancio mostra come da giugno 2021 a settembre 2022 all’incremento dell’indice generale dei prezzi al consumo del 9,6 per cento sia corrisposto un aumento della spesa delle famiglie del 4,4 per cento. Tali incrementi sono dovuti a differenti variazioni dei prezzi a seconda dei settori economici considerati, che entrano con diverso peso a determinare il paniere di consumo delle famiglie su cui si calcola il tasso di inflazione.

In particolare, la variazione di prezzi è guidata dal settore abitazioni ed energia (+36,2 per cento), dal settore alimentari e bevande (+11,7 per cento) e dal settore trasporti (+11,2 per cento). Si registra un incremento di spesa negli stessi settori, tenute ferme le quantità di giugno 2021, rispettivamente del 18 per cento, 4,3 per cento e 6,8 per cento.

La domanda di beni e servizi dei settori che guidano l’impennata dell’inflazione è in genere abbastanza rigida soprattutto da parte dei consumatori: non è possibile ridurre i consumi più di tanto o spostare la domanda in altri settori sostituti. Ciò genera un inevitabile incremento della spesa per una stessa quantità di beni e servizi consumati. Poiché la quantità di questi beni e servizi essenziali è più o meno la stessa per diversi livelli del reddito disponibile, un identico incremento della spesa diminuisce in termini percentuali di più il reddito disponibile dei poveri che dei ricchi. Ciò implica che l’effetto dell’inflazione sia come quello di un’imposta regressiva: più si è poveri, maggiore è la quota di reddito erosa dall’inflazione.

Questa peculiarità è evidente dai dati mostrati dall’Upb in cui si può osservare l’effetto dell’inflazione sulla spesa delle famiglie italiane suddivise in decili di spesa familiare equivalente. L’aumento di spesa dovuto all’inflazione nel primo decile, cioè del 10 per cento della popolazione più povera, è del 9 per cento, per poi man mano decrescere e attestarsi al 3 per cento nell’ultimo decile, il 10 per cento della popolazione più ricca. Ciò è dovuto al fatto che i poveri hanno una spesa totale inferiore a quella dei ricchi, ma l’incremento di spesa dovuto all’inflazione che entrambi sostengono è abbastanza simile.

Gli interventi del governo

Il governo ha adottato alcune misure per sterilizzare almeno in parte l’aumento di spesa delle famiglie dovuto all’inflazione. Sono in primo luogo interventi tariffari che agiscono sul contenimento dei prezzi dell’energia, come la riduzione delle accise sui carburanti, la riduzione dell’Iva al 5 per cento per il gas e la compensazione degli oneri di sistema, sia per l’energia elettrica, che per il gas. Questi interventi hanno assorbito 22,4 miliardi.

Vi sono poi stati dei veri e propri trasferimenti monetari alle famiglie, come quelli che integrano il bonus energia, le indennità una tantum di 200 e di 150 euro, l’esonero contributivo, l’anticipo del conguaglio per il calcolo perequativo delle pensioni 2021 e la rivalutazione del 2 per cento delle pensioni erogate nei mesi da ottobre a dicembre 2022. Questi ulteriori interventi ammontano a 16,9 miliardi.

L’impatto degli interventi tariffari è in effetti proporzionato al livello dei consumi, tuttavia i consumi di energia elettrica e gas, ad esempio, per una famiglia tipo di quattro persone possono variare entro ragionevoli intervalli e quindi l’ammontare di risparmio dovuto alle misure tariffarie per famiglie di reddito diverso dovrebbe differire di molto poco. Ciò implica che l’incidenza di questo tipo di intervento sul reddito sia tanto maggiore quanto più povera è la famiglia. Lo stesso ovviamente vale per i bonus erogati in somma fissa non dipendente dal reddito: la loro quota sul reddito è tanto maggiore, quanto minore è il reddito.

Gli aiuti alle famiglie erogati finora sono quindi strutturati in modo tale da aumentare la progressività del sistema, controbilanciando l’effetto regressivo della spinta inflazionistica. A conferma di quanto detto, dall’analisi di micro-simulazione dell’Upb, l’incremento di spesa dovuto all’inflazione, al netto delle misure intraprese, crolla drasticamente per tutti i decili di spesa familiare equivalente, ma risulta più basso della media (3,7 per cento) per il primo, secondo e terzo decile, cioè nel 30 per cento della popolazione con spesa familiare equivalente più bassa. Dal quarto decile in poi risulta pari alla media con uno scarto di qualche decimale.

Il costo per lo stato

È importante riflettere sul fatto che i soli provvedimenti sulle famiglie presi in un anno e mezzo sono costati 39,3 miliardi, senza contare i 23,5 miliardi impiegati per il sostegno alle imprese. In tutto sono stati messi sul piatto 62,8 miliardi. Questa cifra corrisponde a quasi l’intero deficit a legislazione vigente previsto dalla Nadef per il 2023. È evidente come, nel caso l’inflazione dovesse persistere sui livelli attuali, sarebbe necessario un importante scostamento di bilancio e, quindi, debito aggiuntivo che forse l’Italia non potrebbe permettersi.

Sarebbe utile pensare a un fondo all’interno della Comunità europea, finanziato con debito comune, per affrontare un problema comune a tutte le nazioni europee.

Leonzio Rizzo professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l'Università di Novara e Ferrara - per gentile concessione www.lavoce.info



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