Intervista a Enzo Garinei: innato è il talento d’attore ma si cresce solo studiando

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Il 13 maggio il Sistina ha chiuso la tradizionale stagione teatrale con “Tootsie. Il gioco dell’ambiguità”, della Compagnia Grandi Musicals Enzo Sanny, per la regia di Maurizio Nichetti. La commedia musicale vede protagonista un esilarante Marco Columbro al fianco di Chiara Noschese, insieme a Enzo e Andrea Garinei.

Lo spettacolo mette in scena una spietata satira contro il mondo televisivo, oltre a un vorticoso intrecciarsi di situazioni sentimentali. La trama è ulteriormente complicata dal travestimento del protagonista in donna: veicolo di nuove opportunità lavorative ma anche paradossale mezzo di svelamento della propria identità. Singolare spalla in questo spettacolo è Enzo Garinei, storica icona della scena italiana teatrale, cinematografica e televisiva. Qualche minuto prima dell’inizio, ci riceve nel suo camerino: carisma e simpatia contagiano immediatamente.

Ci si scopre o si diventa attori?
Io credo che in tutti ci debba essere un’indole, alla base. Poi lo si può anche diventare per casi particolari della vita: sei bello o bella, il regista ti nota e ti sceglie per una determinata parte, entri in un mondo, ti ci appassioni e, se sei intelligente, studi.
Per lei in cosa consiste il talento?
Esistono il talento, la simpatia, la personalità, il carisma: cose che appartengono alla sfera personale dell’individuo. La simpatia nessuno te la può insegnare. A volte, un sorriso compra tutto, ma si può anche ostentare un sorriso forzato, falso, costruito, che viene percepito in quanto tale da persone di particolare sensibilità e intelligenza. La personalità è un qualcosa di diverso: se ce l’hai, la puoi sfruttare in tanti campi e in svariate maniere. Un mascalzone, se ha carisma, è in grado di fregare un’infinità di persone… Anche quello è un mestiere al quale bisogna essere “naturalmente” portati! A volte non ci si rende conto del proprio talento oppure, soprattutto quando si è giovani, non si ha voglia di migliorarlo attraverso l’impegno e lo studio!
Per questo lei accoglie i giovani nella sua scuola?
La scuola è un mezzo per tirare fuori il talento, stimolarlo, acuirlo, perfezionarlo. In partenza, occorre far rendere conto all’allievo/a che ha delle doti per poter fare una certa professione. La mia prevede venti presenze a corso; è chiaro che non si può sperare di trovare nei provini venti candidati al successo. Per loro sarà stata una scuola di cultura: avranno imparato testi, migliorato la loro dizione, imparato a comunicare, avranno superato timori, eliminato fastidiosi complessi di inferiorità. In tal senso, bisogna riconoscere l’alto valore terapeutico, psicologico oltre che educativo del teatro.
La personalità dell’attore diviene parte integrante del personaggio o veicolo di quest’ultimo?
Esistono varie scuole di pensiero: alcune prevedono il totale trasfigurarsi dell’io nel personaggio, altre il contrario. Io sostengo e difendo la grande personalità dell’attore. Chi ha un’evidente presenza scenica (non tanto presenza fisica quanto intensamente psicologica), quasi mai si annulla nel personaggio. L’attore lascia sempre qualcosa di sé nella figura che interpreta. Nella mia lunga carriera non mi è mai capitato di annullarmi completamente. E questa non è presunzione: semplicemente presa di coscienza! Ogni volta che entro in scena con un nuovo personaggio, cerco di renderlo mio.
Mi parli del suo personaggio in “ Tootsie”…
“Tootsie” è quella commedia da cui, in America, è stato tratto un film. Il mio personaggio, il dottor Brook, è soprannominato “Lingua” perché ha accettato il ruolo di primario, nella fittizia sit-com, con la condizione, suggellata peraltro nel contratto, di baciare tutte le donne del telefilm: dottoresse, infermiere, pazienti…! Hanno scelto me non solo per motivi di maggiore visibilità ma anche per dar maggiore spessore al personaggio. Ed io l’ho reso mio: ho inventato passi di tip tap, gag comiche, l’innamoramento di Brook per Tootsie e una canzone che eseguo con Chiara Noschese: la personalità di Enzo è venuta fuori e il personaggio, da collaterale qual era, è divenuto importante alla pari degli altri. Partendo dalla mia esperienza lavorativa accanto a grandi attori come Totò, Nino Taranto, Walter Chiari, Renato Rascel, Oreste Lionello, di volta in volta, aggiungo qualche trovata. Mi diverte moltissimo il personaggio che interpreto: ecco perché continuo a lavorare invece di essere al Sistina, la cui direzione è passata a me dopo la morte di mio fratello Pietro. Vorrà dire che quando concluderemo lo spettacolo tornerò a dividermi tra il Sistina e la mia famiglia.
In questi anni si è assistito a un’evoluzione della commedia musicale oppure ad una sua mercificazione?
Mutamenti. Io credo la base di tutto sia il testo, la storia. Ogni attore interpreta un soggetto umano con una sua ragione d’essere. La commedia musicale già per sua natura prevede una storia; il pericolo è che a volte lo spettacolo sia pieno di luci, costumi, belle donne ma privo di messaggi importanti.
Vera Forte




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