L'Analisi. Come valutare le università telematiche

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Le iscrizioni alle università telematiche sono cresciute notevolmente negli ultimi anni. Il fenomeno ha aperto un dibattito spesso scivolato nell’ideologia. Ecco quali sarebbero le informazioni necessarie per valutarne ruolo e qualità dell’insegnamento. 

Un ruolo supplettivo delle università pubbliche?

Una serie di articoli recenti - sulla stampa - ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sulla crescente iscrizione alle università telematiche, fenomeno già evidenziato nell’ultimo rapporto Anvur. Qui si vuole discutere delle informazioni che occorrerebbe acquisire per un dibattito più informato sul tema.

La discussione scivola poi spesso nella polemica ideologica, dal momento che le università telematiche sono quasi totalmente private e in diversi casi realizzano profitti consistenti. La prima domanda che dovrebbe interessare un ministro dell’Università (Mur) è se il segmento delle università telematiche svolga o meno un ruolo suppletivo o sostitutivo della presenza pubblica, come avviene per esempio nel caso degli asili nido (dove quasi la metà dei posti disponibili viene fornito da operatori privati convenzionati con la pubblica amministrazione) o delle scuole paritarie (che in diversi casi si rivelano puri “diplomifici”).

Per poter rispondere esaustivamente alla domanda bisognerebbe confrontare le platee di studenti che si rivolgono alle università pubbliche e a quelle telematiche, per capire gli elementi al margine che inducono la scelta di una o dell’altra alternativa.

Supponiamo di poter disporre dei microdati dell’Anagrafe nazionale degli studenti (Ans), da cui selezionassimo coloro che conseguono il diploma di maturità e che quindi sono potenziali matricole. E supponiamo (sempre più eroicamente) che i dati dell’Anagrafe nazionale degli studenti, gestita dal ministero dell’Istruzione e del Merito (Mim), si interfacci con l’Anagrafe nazionale degli studenti e dei laureati, gestita dal Mur. In questo caso per ogni maturato nell’anno t potremmo osservare la scelta di iscrizione nell’anno scolastico t+1 (se si sia iscritto o meno, e nel caso abbia scelto di iscriversi se lo abbia fatto presso un’università pubblica, privata o telematica).

Nel caso delle università telematiche è poi possibile che l’iscrizione avvenga anni dopo il conseguimento del diploma di maturità, al tempo t+n: in questo caso occorrerebbe una serie storica più lunga per compiere l’esercizio. Questo ci permetterebbe di caratterizzare le platee di riferimento: se giovani o vecchi, se maschi o femmine, se residenti al sud o al nord; ma anche se con un voto alto o basso di maturità, se diplomati in un liceo o in un istituto tecnico, se provenienti da famiglie ricche o povere, grazie all’Isee con cui vengono assegnati a una fascia di contribuzione universitaria.

È essenziale caratterizzare in senso statistico la popolazione di riferimento, perché non è detto che la formazione proposta dalle università abbia lo stesso grado di efficacia sulla platea che si rivolge a lei o su platee alternative. Tipico in questo senso è il caso degli studenti lavoratori, da non confondere con i lavoratori studenti: secondo l’ultimo rapporto Almalaurea “(…) il 7,2 per cento dei laureati ha lavorato stabilmente durante gli studi (lavoratori-studenti); un altro 57 per cento ha avuto esperienze di lavoro occasionale (studenti-lavoratori)”.

Studenti-lavoratori e lavoratori-studenti hanno esigenze formative non necessariamente coincidenti tra loro o in confronto agli studenti ordinari, in termini di organizzazione delle lezioni (orari e aule), di modalità di verifica, ma anche di contenuti formativi, a seconda del grado di esperienza lavorativa posseduto.

C’è chi dice che le università telematiche svolgano un ruolo supplettivo dell’offerta pubblica perché si rivolgono alle famiglie più povere, azzerando i costi di mobilità, oppure ai lavoratori-studenti, offrendo una organizzazione più flessibile dell’insegnamento basato sulla didattica a distanza. Queste affermazioni possono essere verificate con questi dati, permettendo un dibattito più evidence-based e meno basato sui pregiudizi.

La qualità dell’insegnamento

Per contro c’è chi sostiene che le università telematiche “vendano” i titoli di studio universitari, offrendo una formazione di qualità più bassa a un prezzo più alto, grazie alla semplificazione dei contenuti e alla minor selettività agli esami. Si genererebbe così una concorrenza sleale sul mercato della formazione terziaria, che produrrebbe poi effetti a cascata sul reclutamento nella pubblica amministrazione, dove una laurea è un requisito di accesso per l’ingresso in alcune occupazioni o per le progressioni interne di carriera. Il tema del valore legale del titolo di studio è discusso in altro articolo.

Questo aspetto è più difficile da acclarare, perché richiederebbe una misurazione della qualità della formazione impartita attraverso la somministrazione di test sulle competenze all’ingresso e all’uscita, grazie ai quali sarebbe possibile misurare il valore aggiunto di una istituzione formativa.

Si tratterebbe insomma di realizzare una sorta di test Invalsi per gli studenti universitari, che permettesse di costruire scenari controfattuali del tipo “due diplomati statisticamente identici (stesso genere, età, residenza, condizione familiare, tipo di scuola secondaria, voto di maturità) che scelgano di frequentare corsi di studio nella stessa classe di laurea in due università diverse, di cui una ordinaria e una telematica, quale livello di formazione conseguiranno?”.

Rispondere a questa domanda permette di gettare luce su un dibattito al momento fortemente condizionato da pregiudizi. Da un lato, è indubbio che le università telematiche abbiano oggi un rapporto studenti/docenti molto superiore a quello delle università ordinarie, grazie al trattamento di favore offerto dai diversi ministri dell’Istruzione e dell’Università dell’ultimo decennio, con il ripetuto posticipo dell’adeguamento ai requisiti di docenza. Le visite di quality assessement condotte dalle Cev (commissioni esperti della valutazione) nominate da Anvur segnalano valori inferiori relativi alla organizzazione della didattica.

Così come è altrettanto evidente dalla ultima Vqr (valutazione della qualità della ricerca) che le università telematiche svolgono poca ricerca e di qualità inferiore alle università ordinarie. Tuttavia, questi elementi non sono niente più che indizi, perché l’insegnamento e il conseguente apprendimento a livello universitario (specie triennale) non è strettamente connesso alla dotazione di personale docente con elevate performance in termini di qualità della ricerca (anche se l’evidenza empirica sul caso italiano suggerisce una correlazione positiva tra qualità della ricerca e qualità della didattica).

Diverso è il discorso quando si consideri la didattica avanzata a livello di corsi magistrali, dove classi piccole, in cui avvenga didattica interattiva con docenti qualificati scientificamente, possono fare una differenza significativa in termini di qualità. In passato, Anvur ha avviato sperimentazioni di misurazione delle competenze degli studenti universitari, sia in riferimento alle competenze disciplinari (che variano per area disciplinare) sia alle competenze trasversali (come le classiche literacy e numeracy, ma anche civics, ossia la coscienza civica), con il progetto Teco). Il progetto è stato nei fatti abbandonato, forse perché troppo oneroso o forse perché il sistema nel suo complesso non è ancora maturo a sufficienza per accettare di rendere pubblica una graduatoria delle università sulla base delle competenze formate.

Tuttavia, è evidente che qualora il ministero dell’Università e della Ricerca intendesse procedere nella direzione di aiutare una scelta più informata degli studenti in riferimento ai corsi di studio e alle sedi universitarie, non potrebbe prescindere dal raccogliere e rendere pubbliche questo tipo di informazioni.

Daniele Checchi - Professore di economia del lavoro all’Università Statale di Milano - Per gentile concessione www.lavoce.info



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