L'Analisi. Dove soffia il vento dell’Europa

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Il successo di alcuni gruppi di estrema destra non sembra poter cambiare i destini dell’Ue. In Italia, gli elettori premiano Giorgia Meloni e i partiti di maggioranza. Buon risultato anche del Pd. Falliscono la rincorsa all’Europa sia Renzi sia Calenda.

I risultati in Europa

L’aggregazione dei risultati delle elezioni europee a livello comunitario è leggermente complicata dal fatto che, in ogni paese, i candidati si presentano col proprio partito di appartenenza nazionale. Per alcuni di quelli più tradizionali, la collocazione nel gruppo parlamentare europeo è piuttosto immediata: salvo rare eccezioni, infatti, i partiti di sinistra si riconoscono nel Partito socialista europeo (Pse) mentre quelli di centrodestra sono più vicini al Partito popolare europeo (Ppe). 

Fuori dalle due grandi aggregazioni, tuttavia, esiste un ampio spazio in cui alcuni partiti estremi oppure nuove formazioni o ancora partiti di altre tradizioni politiche, come i liberali o i verdi, di volta in volta cercano e dichiarano la loro affiliazione.

Per gli amanti dei dettagli e delle curiosità, un gruppo parlamentare all’interno del Parlamento europeo si può formare con l’adesione minima di 23 membri (su 720 totali) appartenenti almeno a sette paesi diversi dell’Unione (su un totale di 27). In ogni caso, almeno finora, i giochi si fanno principalmente tra Ppe e Pse.

E anche quest’anno gran parte dei voti si è concentrata proprio sui partiti che appartengono alle due grandi famiglie. Mentre scriviamo, i risultati sono quelli sintetizzati nella tabella 1, in cui i seggi vengono riportati anche in termini percentuali per tenere conto della variazione di dimensione del Parlamento europeo (passato da 751 a 720 membri dopo l’uscita ufficiale del Regno unito dall’Unione europea).

Pur con tutte le precauzioni del caso, necessarie quando si commentano dati provvisori, sembra che non ci siano state grandi rivoluzioni nel voto europeo. I seggi dei partiti conservatori (Ppe e conservatori) sono aumentati in termini percentuali (+3,4 per cento in totale), mentre quelli dei partiti riconducibili all’area della sinistra (Pse, verdi e sinistra) sono diminuiti (-5 per cento in totale).

Flessione anche per “Identità e democrazia” (Id), il partito cui si affiliano i parlamentari della Lega (-1,6 per cento) e di Rassemblement National (Marine Le Pen), e, in maniera ancora più evidente, per “Renew Europe”, aggregazione di centro e di orientamento liberale che ha come riferimento, tra gli altri, il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron (-3,4 per cento). Da notare comunque che, nel caso di Id, la flessione dipende anche (e, di fatto, prevalentemente) dalla scelta di aver espulso i tedeschi di “Alternative für Deutschland” (che hanno ottenuto 15 eurodeputati, per il momento registrati come “non affiliati”). Le variazioni, anche quando ci sono, sono comunque contenute.

La maggioranza che finora ha sostenuto la Commissione uscente, guidata da Ursula von der Leyen e composta da Ppe, Pse e Renew Europe, contava sul 59,2 per cento dei seggi dopo le elezioni del 2019 e conta ora sul 55,4 per cento dei parlamentari (circa 400 seggi).

Anche a sentire alcune dichiarazioni rilasciate da membri del Ppe, tutto sembra dirigersi verso la conferma dell’attuale maggioranza e quindi anche dell’attuale presidente della Commissione europea, salvo, naturalmente, una redistribuzione delle cariche commissariali e parlamentari che tengano conto dei nuovi risultati. Tuttavia, il processo decisionale che porta alla nomina della Commissione non è così lineare ed è del tutto lecito aspettarsi qualche sorpresa.

Più interessante invece la conseguenza del voto europeo a livello di singole nazioni. In Francia “Rassemblement National” è risultato il primo partito con oltre il 31 per cento dei voti, oltre il doppio di quelli ottenuti sia dal partito di Macron (“Réveiller l’Europe”, 13,8 per cento) sia dalla coalizione di sinistra che si riconosce nel Pse (“Besoin d’Europe”, 14,6 per cento). Questo esito ha portato il presidente della Repubblica addirittura a sciogliere il Parlamento francese e a indire nuove elezioni per i prossimi 30 giugno e 7 luglio.

In Germania brutta batosta per il cancelliere Olaf Scholz, il cui partito si ferma al 13,9 per cento dei voti, superato non solo dalla Cdu/Csu (30 per cento) ma anche da da “Alternative für Deutschland” (Afd), partito di estrema destra, che raccoglie il 15,9 per cento dei consensi. Per il momento, non è chiaro se anche in Germania ci saranno conseguenze politiche dopo questi risultati.

I risultati in Italia

Per quanto riguarda il nostro paese, i risultati sono riassunti nella tabella 2. Si vede subito che la fotografia elettorale italiana non è confrontabile con quella del 2019. Curiosamente, prima il Partito democratico (Pd) nel 2014, poi la Lega nel 2019 e ora Fratelli d’Italia hanno raggiunto il loro massimo proprio in occasione delle elezioni europee. Nei primi due casi, a quel boom fecero seguito anni bui: per il Pd, portarono prima alla sconfitta del referendum, poi alla caduta di Matteo Renzi e infine a una lunga crisi di galleggiamento elettorale sotto il 20 per cento; nel caso della Lega dal 2019 si è registrato un vero e proprio tracollo di consensi.

Starà naturalmente a Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e presidente del Consiglio, la responsabilità di consolidare la sua posizione o di deludere questa parte di elettorato molto mobile che, come si è visto negli ultimi dieci anni, non è disposto a fare sconti. Buon risultato di Forza Italia in termini di forza relativa all’interno della coalizione di centrodestra: il partito di Antonio Tajani supera quello di Matteo Salvini rispetto alle politiche del 2022, ma di certo non sfonda, restando sotto il 10 per cento. Tuttavia, è anche l’unico partito di centro che esce bene dal confronto elettorale. L’esito dello scontro tra Matteo Renzi e Carlo Calenda ha infatti portato entrambi sotto la soglia di sbarramento: per nessuna delle due liste quindi ci sarà l’accesso ai seggi del Parlamento europeo. A questo punto, se non ci saranno passi indietro, anche ottenere seggi alle prossime elezioni politiche potrebbe diventare un problema.

Molto buono, e oscurato solo dalla performance del partito di Giorgia Meloni, il risultato del Pd, che sostanzialmente (ma sarà l’analisi dei flussi elettorali a confermare o meno questa ipotesi) sembra rubare il 5 per cento dei consensi a un Movimento 5 Stelle in deciso calo. Un risultato controcorrente rispetto alle buone performance regionali di pochi mesi fa. Infine, deciso balzo in avanti delle liste ambientaliste e di sinistra, che raddoppiano i consensi rispetto al 2022 ma rimangono comunque sotto il 7 per cento.

In sintesi, si osservano movimenti di voti all’interno dei blocchi (maggioranza e opposizione) ma pochi travasi dall’uno all’altro. Oggi, quindi, il centrodestra è ancora saldamente al comando del paese. Importante notare che è stato raggiunto il minimo storico di partecipazione per queste elezioni: ha votato meno del 50 per cento dell’elettorato (il 49,6 per cento, per la precisione), contro il 56 per cento del 2019. Probabilmente, il risultato più evidente di questa tornata elettorale, interpretata come troppo spesso accade come regolamento di conti interno della politica Italia, è che all’orizzonte non si profilano grandi sconvolgimenti: forse giusto un minimo rimpasto di governo per premiare Forza Italia rispetto alla Lega. E, chissà, magari anche qualche regolamento di conti interno al partito di Salvini. Nulla, comunque, che possa essere considerato una notizia estremamente interessante per le sorti del paese.

Paolo Balduzzidocente di Scienza delle finanze all'Università Cattolica
Per gentile concessione www.lavoce.info



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