'La parola ultima', dramma sull'annientamento culturale: tutto esaurito nelle due serate al Mulino

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Nostro servizio - Per la 31ma edizione di Città Spettacolo, domenica 5 e lunedì 6 settembre in replica, al Mulino Pacifico è stata messa in scena ‘La parola ultima’, un dramma liberamente ispirato a ‘The rest is silence’ di Miklòs Hubay, diretto da Antonio Damasco e realizzato grazie alla collaborazione tra la Solot Compagnia Stabile di Benevento e il Teatro delle Forme di Torino.

La storia ruota attorno a tre personaggi fondamentali che narrano l’abominio di un genocidio giocato sull’annientamento culturale di un popolo e, in primis, della sua lingua. Aleluja, interpretata da Laura Conti, è una donna vibrante di tradizione che conserva fin nelle viscere il suono della sua cultura, della quale rappresenta l’ultima superstite. Aleluja viene così condannata a morte dalla potente cultura ufficiale, incarnata nell’illusa ingenuità del personaggio – giornalista di Tonino Intorcia, perché scomoda. Troppo completa e indipendente, così profonda da intralciare le smanie di appiattimento culturale propugnate dalla Grande Cultura, sornionamente legittimate sotto forma di principi umani indiscutibili come democrazia e benessere.

Proprio il giornalista diviene in qualche modo l’emblema dello stato di credulità al quale ognuno di noi viene sottoposto. Figura che, nella realtà, dovrebbe consentirci di carpire la verità del reale ma che, intrappolato cerebralemente nel sistema di potere, non comprende esso stesso lo stato di erroneità che costella il suo operato.

Il giornalista compare sulla scena bardato di macchinari per la ripresa in diretta, consapevole nella sua banalità di stare creando un eccezionale documento mediatico sull’ultima ora di un popolo. Formula domande inutili che fanno ridere nevroticamente la condannata e registra il tutto in posa cerimoniale e standardizzata, credendosi capace di redimere la carcerata, grazie alla catarsi della confessione mediatica. Il pubblico viene messo in imbarazzo dalla condizione di scelta: meglio la realtà del reale o la realtà della diretta televisiva?

Onnipresente è poi la figura emblematica del ‘rinnegato’, Michelangelo Fetto. Il carceriere di Aleluja, figlio della stessa stirpe che misconosce pur di salvarsi. Il rinnegato ignora completamente la durezza del momento, è brutalmente rozzo, come l’attore stesso lo descrive al 'Quaderno', e si crogiola in una litania estatica che lo tiene ipnotizzato davanti allo schermo di un televisore, che per tutto lo spettacolo trasmette un borioso film in bianco e nero.

Il televisore, altro protagonista ineditamente muto (per la scenografia di Daniela Donatiello), appare incapucciato, incorniciato da un drappo logoro. Quasi come se finalmente costretto in uno stato di pudore celato, come per l’Annunziata di Antonello da Messina.

Apocalittico, il finale...Spiazza lo spettatore con la drammatica realtà del messaggio che porta e costringe a interrogarci ancora sul fondamento del nostro essere individuo e, allo stesso tempo, parte autentica di ciò che ancora può sopravvivere della comunicazione con gli altri individui, con la diversità. Il documentario montato dal giornalista appare al notiziario televisivo completamente falsato nella sua essenza.

Il significato primario della messa in scena resta, dunque, profondamente ispirato all’opera madre di Hubay, secondo cui la distruzione della tradizione orale porta all’irreversibile dissoluzione della totalità culturale di un popolo. Ma l’interpretazione che ne hanno fatto i neo-artefici comprime l’universalità del messaggio Hubayano, ne annienta la lontananza atemporale e lo ricontestualizza nel dramma della nostra quotidianità muta e irrisolta, soverchiata dalla più potente arma di distruzione di massa della contemporaneità: il livellamento culturale del dominio occidentale e del suo sistema mediatico.

Come ha confermato al 'Quaderno' Antonio Damasco, il loro intento è stato calare nella realtà il messaggio incombente della morte della comunicazione attraverso l’omologazione di massa, scardinare la concezione secondo cui esistano culture di seria A e di serie B. “Inoltre - ha continuato Damasco - la drammaturgia contemporanea necessita di essere valorizzata, sia nel rispetto della tradizione, sia nell’adempimento del compito di scrivere cose nuove. All’insegna del recupero del rapporto col pubblico, ormai abituato solo alla TV, aiutandolo a ricordare che il buon teatro può ancora emozionare molto, intento stesso di questa manifestazione”.

In prima fila, alla replica, anche l’assessore alla Cultura del Comune di Benevento, Raffaele Del Vecchio che si è detto orgoglioso dell’alto livello qualitativo dello spettacolo e della manifestazione ne complesso. Definitosi scioccato dal messaggio implicito della scena, a caldo ha commentato: “Purtroppo, dobbiamo saper riconoscere la doppia sofisticazione che sia il potere, sia la comunicazione fanno della realtà”.

Indiscusso grande plauso del pubblico, con un duplice tutto esaurito, gli artisti si preparano per la loro tournè italiana.
Elisa Fava



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