Nessuna pietà per la Libertà ovvero il supplizio inevitabile della fotografia

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di Tiziana Nardone - Dal Quaderno Settimanale n. 597 - La maestra informò tutti con tono solenne: 'La foto di classe verrà scattata a breve. Tra 15 giorni, il fotografo sarà qui". Si comprende tutto da lì, dagli albori del giudizio e della pubblica piazza. Lei, quella dai lunghi capelli biondi raccolti in una treccia, si voltò, la guardò e sorrise. Era abituata a essere al centro dell'attenzione. L'altra invece, quella dai folti capelli corvini e dalla carnagione troppo chiara, voleva solo scomparire, darsi alla macchia, cambiare istituto.

L'insegnante, nostalgica del suo passato fatto di divise e lupetti, ammonì severa: 'Dite alle vostre mamme di farvi essere quel giorno puliti e ordinati'. Poi, voltandosi verso la brunetta: "Tu! Tagliati i capelli. Sono troppo lunghi". La voglia di scomparire si trasformò, repentinamente, in un dettagliato progetto di fuga, con tanto di piano alternativo.

Tornò a casa mesta, muta. La madre, stranamente, s'accorse dell'estremo livore. Lei tentò il tutto per tutto: "La maestra ci farà fare la foto annuale di gruppo. Ha detto che dobbiamo comprarci tutto nuovo – mentì -". Ricordava, infatti, ancora cocente la sconfitta per quel giocattolo desiderato e non ottenuto. Sperava, insomma, che all'impossibilità dell'acquisto seguisse il mancato giorno scolastico. Invece no.

La madre comperò tutto. Lei volle tra gli stivali i più costosi, in vivida pelle rossa. La congiura continuò, la madre non batté ciglio. Due giorni prima, la disperazione avvolse il suo corpicino. La maestra aveva informato come, oltre alla fotografia di gruppo, ognuno avrebbe dovuto posare per una foto individuale. Non riusciva nemmeno a immaginarsi da sola, in piedi, vicino al presepe, guardata da tutti.

La mattina precedente il fatidico giorno, termometro puntato sulla lampada, inscenò un terribile mal di gola con tanto di temperatura influenzale. La sorella maggiore la sbugiardò. Arrivò, così, con la sola angoscia a farle da compagnia, la data della personale fucilazione. Si alzò disfatta: un terribile herpes le ricopriva gran parte del labbro inferiore. Implorò la madre: "Sono un mostro, non mi fare andare... non posso proprio così". Nessuna pietà.

Le furono fatti indossare gli stivali rossi. Luccicavano. La madre aveva poi pensato a un maglione, in lana, istoriato 'a mano', enorme. Arrivata la bidella l'accolse: "Un'altra volta con questo coso sulla bocca? Proprio oggi? Poverina!". Un clima di festa riempiva lo stanzone. Lezioni sospese, s'aspettava il fotografo.

Vide la maestra, anche lei aveva ben pensato di 'conciarsi' festosa. Arrivò un uomo, immensamente alto (suo padre, l'unico altro adulto all'epoca sotto tiro, non era mai stato additato per l'eccessiva statura...). Sorrideva, spiegava, disponeva, cianciava. Quando tutti furono pronti, scattò. Lei già posizionata in ultima fila, per via dell'elevata statura, pensò bene di salvarsi in extremis. Repentinamente girò il volto e lo nascose dietro la lavagna.

Nella foto individuale, invece, poco poté fare. Ricorda ancora come le parole di quell'uomo le giungessero lontane, si sentiva solo svenire. Nei giorni a seguire, tutti si dicevano ansiosi dei risultati. Lei, pensava, invece, ogni notte, che pur poteva accadere che i negativi si bruciassero, andassero perduti. Le foto giunsero.

La maestra li chiamò uno per uno, aprendo ogni busta, ovviamente, per guardarle per prima. La brunetta guardava altrove, mentre l'insegnate con una smorfia di disgusto l'apostrofò: "Come sei sgraziata. Nella foto grande si vede solo la coda di cavallo (lo stratagemma per evitare il taglio) e in quest'altra sembri una condannata al patibolo! Dici a tua madre che non è colpa mia". Le portò a casa e le consegnò alla genitrice. Anche lei si disperò per il risultato, ovviamente ignorando qualsivoglia remora educativa.

L'altro giorno ho osservato le foto digitali di una scuola dell'infanzia. I genitori parlavano di come ritoccarle. Così, con quelle immagini digitali a farmi da 'madeleine', mi si è parata innanzi la foto di una bambina col labbro gonfio, impossibile da nascondere, coi capelli arruffati perché foltissimi, con lo sguardo implorante pietà, anche se solo per un attimo, nell'imminenza dello scatto. Non importa che oggi abbia capito il perché della sua personale idiosincrasia fotografica, non importa che, crescendo, non sia stata brutta, non importa che oggi comprenda tutto. Quel che conta, quel che rimane è quel supplizio.

I miei occhi, infatti, non sanno chiedere pietà. Sorridono se accondiscendenti, minacciano se infastiditi, ignorano se annoiati. Ma non hanno fiducia. Cammino, sempre, a testa bassa. Non cerco, non scruto, gli altri e le cose che mi circondano. Non penso all'aiuto. Calcolo immediatamente la fatica, personale, che un obiettivo potrà costarmi. Non mi appoggio e non mi nascondo. Questa è la mia libertà. La mia adorata, forte libertà.



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