No Cap e filiera etica: all'Unisannio la testimonianza di Yvan Sagnet

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Unisannio, incontro con Yvan SagnetUnisannio, incontro con Yvan Sagnet

“Filiere etiche e immigrazione: modelli di welfare e di inclusione sociale”. Il seminario di questa mattina promosso da Unisannio è stato tutt'altro che l'asettica discettazione accademica sul tema, essendo presente  Yvan Sagnet, testimone vivente della lotta al caporalato.

Yvan Sagnet parte dall'analisi approfondita del fenomeno per individuare il modo per debbellare il caporalato. Una pratica diffusa di intermediazione illegale della manodopera usata per procacciare braccianti agricoli. La legge del 2016, riconosce, ha costituito "un passo importante per ridare dignità ai lavoratori del settore agricolo", ma per cambiare veramente le cose ritiene che serva maggiore prevenzione, oltre alla repressione. Serve, a suo parere, sensibilizzare in modo capillare agendo su vari livelli: enti, associazioni per arrivare ad agricoltori e braccianti. 

Ecco quindi che la sua esperienza di vita e la battaglia che ha capeggiato, testimoniate agli studenti dell'Unisannio nell'ambito di AfeLAB, Agrifood economics laboratory - della cattedra di Economia agroalimentare del professore Marotta - acquista tutta la sua forza. Sagnet illustra infatti lo stato di sfruttamento, il nuovo schiavismo, che costringe un terzo del milione e duecentomila braccianti agricoli italiani a lavorare per soli 2,50 euro l'ora. Ad un altro terzo dei lavoratori, invece, non vengono versati i contributi e spesso lo scoprono solo a seguito della domanda di sussidio. 

Non vi sarebbe poi molta differenza tra Sud e Nord, se non di forma. Qui ci sono i vecchi caporali, lì le nuove agenzie di lavoro interinale, ma per Sagnet non cambierebbe poi molto. Ecco perchè con l'associazione No Cap punta su tre capisaldi: riforma del mercato del lavoro (oggi i centri per l'impiego non riescono a svolgere la loro funzione di intermediazione nel lavoro agricolo), riforma dell'Ispettorato del Lavoro (perchè l'istituto non riesce ad effettuare adeguati controlli) e il terzo è togliere l'humus sul quale il caporalato fonda il proprio potere: trasporto ed alloggi. 

Il fenomeno infatti, è particolare in quanto nel lavoro agricolo è necessario che la manodopera si sposti da un campo all'altro, manodopera che deve poi essere alloggiata. Il caporale si occupa di questo, reperisce i braccianti, li sposta nei campi dei vari imprenditori agricoli, anche piccoli e magari impreparati a gestire la logistica e quindi ben contenti che di questo si occupino altri, infine a queste braccia, il caporale offre un tetto. Trasporto e alloggio hanno un costo che il caporale defalca dalla paga del bracciante ed ecco arrivare quindi a quei 2 euro e 50 all'ora.

Ma Yvan Sagnet ritiene che sia importante anche sensibilizzare i consumatori, spingendo sul piano etico, perchè la consapevolezza della filiera etica e del tracciamento dei prodotti, al pari di quanto è stato fatto con le produzioni bio, possa innescare un circolo virtuoso che renda economicamente conveniente i prodotti di una filiera alternativa a quella che multinazionali e grande distribuzione riescono a piegare ai loro diktakt economici.

All'incontro con Yvan Sagnet sono stati presenti il direttore del Demm, Giuseppe Marotta, Salvatore Esposito, presidente di Mediterraneo Sociale Scarl e Giuseppe Orefice, presidente di Slow Food Campania.

Chi è Yvan Sagnet
Jean Pierre Yvan Sagnet arriva in Italia per studiare nel 2007. Sin da piccolo ha sempre sognato il nostro paese per il calcio, la moda, il clima e l’accoglienza della gente. Aveva cinque anni quando i suoi eroi della nazionale del Camerun giocavano i mondiali del ’90, e proprio in quel periodo Yvan conosce l’Italia. Studia l’italiano, gli usi, i costumi e le nostre tradizioni, si appassiona alla storia, alla politica e la società, finché realizza il suo sogno arrivando in Italia e vincendo una borsa di studio al Politecnico di Torino, la città della sua Juventus, squadra che tifava sin da bambino. Terminata la borsa di studio cerca lavoro per continuare a pagarsi gli studi, così nell’estate del 2011 parte per la Puglia ed arriva a Nardò nella masseria Boncuri dove incontrerà altri braccianti per la raccolta del pomodoro. Yvan scopre così il mondo del caporalato, quello che per pagare pochi spiccioli costringe il bracciante a lavorare sedici ore sotto il sole e a vivere in condizioni disumane. Sfruttamento e diritti calpestati che inducono Yvan e altri braccianti ad organizzare il primo grande sciopero che mette in ginocchio parte della filiera agroalimentare, fondamentale per l’economia regionale.

Da quel giorno la vita di Yvan non sarà più la stessa: denuncia i caporali, partono le indagini e si avvia il processo penale SABR (abbreviazione del nome di uno dei principali imputati, il tunisino Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto “Giuseppe il tunisino” o “Capo dei capi”) dove lui stesso è testimone chiave e parte civile. Inoltre la rivolta di Nardò avvia l’iter legislativo che produce la prima legge sul caporalato (Legge n. 148/2011) ed oggi il nuovo disegno di legge approvato questa estate al Senato (Ddl 2217) , che prova a migliorare la precedente legge. Il processo SABR si conclude con undici persone condannate con una sentenza in primo grado della Corte d’Assise di Lecce, un processo partito dall’inchiesta nata nel 2008 del procuratore aggiunto Elsa Valeria Mignone e dei carabinieri del Ros. La sentenza letta dal presidente Roberto Tanisi, la prima in Italia per “riduzione in schiavitù”, conferisce ad ognuna delle seguenti persone undici anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici.

Link di approfondimento

L'eroe qualunque, il ragazzo africano che si è ribellato ai "caporali" del Sud (Roberto Saviano - La Repubblica)



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