L'Analisi. Il M5S chiede giustizia sociale, ma non propone politiche redistributive

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M5S. L'ex presidente del Consiglio Giuseppe ConteM5S. L'ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha inaugurato la crisi politica con nove richieste al governo per aiutare i più deboli. Ma, fatta eccezione per il Reddito di cittadinanza e il salario minimo, già inseriti o in discussione nel programma di governo, le misure proposte non ridurrebbero le disuguaglianze.

Nella drammatica riunione dell’Assemblea dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, che ha preceduto il voto sul Decreto Aiuti di giovedì 14 luglio, il leader Giuseppe Conte ha tenuto a ricordare che il documento presentato al presidente del Consiglio Mario Draghi con i nove punti essenziali per il Movimento per supportare il governo rappresenta l’interpretazione del forte disagio dei cittadini e delle imprese.

L’analisi politica è che c’è una grave crisi sociale che si è aperta dopo la pandemia a causa della guerra in Ucraina (da intendersi come crisi economica dovuta al “caro-bollette, caro-energia, caro-petrolio”, in sostanza all’inflazione per la crescita dei prezzi dell’energia) alla quale il governo non è riuscito sinora a dare risposte. In questo scenario, sostiene Conte, una forza politica responsabile deve prendere atto della realtà e deve orientare l’azione di governo ad un piano straordinario di sostegni a famiglie e imprese.

Alla luce di questa analisi della situazione, si può naturalmente discutere su tante questioni. Per esempio, su cosa il governo Draghi abbia fatto sino ad ora per sostenere famiglie e imprese. Dovremmo concludere che il governo ha fatto molto, dato il vincolo di bilancio.

Gli stanziamenti per il taglio delle accise già approvati ammontano a circa tre miliardi e il decreto Aiuti (proprio quello che i grillini non hanno votato) prevede altri 14 miliardi di euro di interventi, di cui 6,5 a sostegno di lavoratori e pensionati contro il caro vita. Su questo, la critica del Movimento è che non si sia fatto abbastanza e che serve uno scostamento di bilancio, che vuol dire scaricare ancora sul debito pubblico e sulle future generazioni le difficoltà del presente.

Effettivamente, lo scostamento di bilancio in una situazione complicata come questa è una scelta politica e la risposta Politica del Movimento, con la P maiuscola per dirla con Conte, che serve uno scostamento di bilancio ne chiarisce l’agenda. Si può anche discutere sulla “grave crisi sociale” e sulle sue origini, cioè da dove arrivi l’inflazione, visto che i prezzi dell’energia (e di altre categorie di beni e servizi) hanno cominciato a crescere ben prima del 24 febbraio, che segna l’invasione della Russia in Ucraina.

C’è però un tema per il quale non c’è spazio di discussione, che ha a che fare con la coerenza politica dell’agenda sociale che il Movimento vuole portare avanti. Una coerenza che non si ritrova nei famosi nove punti richiesti al governo. Una agenda sociale, che ha a cuore il disagio delle famiglie e delle imprese, dovrebbe puntare a risollevare le condizioni di vita degli ultimi; dovrebbe, insomma, prevedere una azione di governo intonata alla re-distribuzione.

Re-distribuire le risorse vuol dire prenderle, tramite l’azione pubblica di entrata e di spesa, a chi ne ha di più e darne a chi ne ha di meno. Se si prendono in esame le richieste del Movimento, solo il Reddito di Cittadinanza e l’introduzione di un salario minimo (peraltro già contemplato in parte dai contratti collettivi) sono misure chiaramente redistributive a favore degli ultimi. Tutto il resto no. Non redistribuisce il semplice taglio del cuneo fiscale, visto che lascia inalterate tutte le difficoltà dell’Irpef e mantiene tutti i regimi di favore per le rendite. Non redistribuisce il cashback fiscale, visto che è noto da tempo come le detrazioni fiscali per oneri vadano a favore dei più ricchi. Non redistribuisce soprattutto il Superbonus 110 per cento, una misura per la quale il Movimento sta facendo una battaglia identitaria.

Il Superbonus ha numerosi difetti, già messi in luce da analisi istituzionali della Banca d’Italia e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio: innanzitutto, è una misura estremamente costosa per il bilancio pubblico. Stime molto semplici basate sul costo sostenuto e sul numero di abitazioni coinvolte portano alla cifra monstre di 2 mila miliardi (quasi quanto l’intero debito pubblico) nel caso si coprisse l’intero patrimonio immobiliare. In secondo luogo, la misura ha contribuito a generare inflazione, facendo crescere i prezzi nel settore delle costruzioni.

Perché questo accada dovrebbe essere ovvio: se lo Stato mi paga per ristrutturare casa, perché dovrei preoccuparmi del prezzo che pago? Si noti, en passant, che l’inflazione da Superbonus è un’altra delle incoerenze dell’agenda sociale del Movimento. Terzo, la misura ha generato ovvi comportamenti fraudolenti, che – in base alle notizie circolate dalla stampa – coinvolgono anche la criminalità organizzata. Quarto, e soprattutto, la misura è del tutto incoerente con una qualsiasi agenda sociale che vuole redistribuire le risorse. Come è stato messo in luce qui e qui, gli incentivi per le ristrutturazioni favoriscono i più ricchi, con una concentrazione degli interventi finanziati con il Superbonus nelle categorie catastali più elevate; altro che intervento a favore dei poveri e per ricucire il disagio sociale. C’è evidenza addirittura di un intervento per la ristrutturazione di un castello in Piemonte, beneficiato per 1 milione di euro: Robin Hood ne avrebbe a ridire.

Di fronte all’incoerenza di una agenda politica, qualcuno potrebbe pure fare spallucce. Ma dare soldi a destra e a manca ha almeno due chiari difetti: il primo è che i poveri resteranno poveri e i ricchi resteranno ricchi perché non si è attuata alcuna redistribuzione.

In altre parole, le differenze sociali resteranno inalterate e saremo ancora a discutere della diseguaglianza che cresce come tratto distintivo della società italiana (che, nell’agenda del Movimento, potrebbe implicare qualche altro bonus).

Questo “risultato” folle peraltro non è gratuito, ma avviene pagando una intermediazione politica nella gestione burocratico-amministrativa dei diversi programmi (con il rischio di ruberie e la necessità di controlli). Il secondo difetto è la “necessità” dello scostamento di bilancio: se vuoi dare soldi a tutti, come nel Paese di Cuccagna, devi farlo a debito. È la ricetta degli anni Settanta e, ancor più, degli anni Ottanta. In buona sostanza, ci si ritroverebbe con un debito più elevato e una società diseguale come (o peggio) di prima. Onestamente, che senso ha?

Gilberto Turati - professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore - Per gentile concessione www.lavoce.info



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