S. Agata de' Goti, il ricordo di Sami Modiano sopravvissuto all'olocausto: 'Per i tedeschi ero già morto'

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Nessun libro letto e nessun film visto sull’argomento può solo lontanamente arrivare all’emozione di avere davanti agli occhi un sopravvissuto del peggior eccidio del ‘900, l’olocausto. La sala gremita dai ragazzi del 5° anno dell’Istituto tecnico ‘S. Alfonso M. de’ Liguori’, riuniti per ricordare la ‘Giornata della Shoa 2012’, tutti in religioso silenzio: per due ore hanno avuto l’attenzione calamitata sulle parole di Sami Modiano, uno dei sopravvissuti dei campi di concentramento di Buchenwald ed Auschwitz. Riportare il racconto di quello che si è ascoltato sabato mattina da un 80enne arzillo nel corpo e pacato nella parola, sarebbe sterile e limitante, ma allo stesso tempo è l’unico modo per non dimenticare ciò che ormai 60 anni fa la Germania nazista perpetrò ad opera degli ebrei di tutta Europa. Sami Modiano è un ebreo italiano dell’isola di Rodi: si è dichiarato italiano perché l?isola in cui è nato nel 1930, già dal 1912 era sotto il controllo italiano. Ha descritto la sua infanzia in una famiglia come tante, lui e la sorella, molto amati dai genitori, poi la scuola e le prime amicizie. La vita di Sami comincia a cambiare già dal ’38, quando Mussolini emana le leggi razziali e lui, in quanto ebrei, viene espulso da scuola. “Non capivo. Io a scuola ero bravino - ha detto Modiano - ma un giorno il maestro mi dovette mandare a casa. Fu poi mio padre a spiegarmi il perché. Capii che la colpa dell’espulsione non era dovuta ad un mio comportamento sbagliato. Quando avevo 10 anni, poi, scoppiò la 2° guerra mondiale e la nostra vita cominciò a cambiare seriamente sia sul piano economico che sociale. Ma la situazione precipitò a seguito dell’armistizio, l?8 settembre del 1943, quando sull’isola si aspettavano notizie dall?Italia che tardarono ad arrivare. Fu quello il momento in cui i pochi tedeschi presenti a Rodi occuparono l?isola. Per noi ebrei fu l’inizio della fine. I tedeschi cominciarono ad organizzare la deportazione degli ebrei: ci volle qualche mese per mettere a punto la spedizione, anche perché c’erano da trasportare circa 2500 persone. Il viaggio degli ebrei di Rodi cominciò alla fine di luglio del 1944: su 5 battelli cargo greci usati per trasportare il bestiame le SS stiparono i 2500 ebrei, trasportandoli fino al Pireo. Il viaggio continuò, poi, su un treno, fino al campo di sterminio di Buchenwald. Il viaggio sia in nave che in treno fu davvero disastroso - ha sottolineato Modiano. Stipati come le bestie, a dover condividere uno spazio angusto, senza cibo, con pochissima acqua e con il caldo di luglio a fare da contorno. La cosa più triste era l’impossibilità di ognuno di poter aiutare gli altri: è stata la prima volta in vita mia che ho visto morire così miseramente qualcuno. Avevo già perso mia madre, ma dividere uno spazio così piccolo anche con persone non più in vita, fece emergere in me ancora di più quel senso di pudore e vergogna, che era alla base della nostra educazione”. Il peggio però doveva ancora arrivare. Con l’ingresso a Buchenwald fu subito chiaro che quel luogo era sinonimo d’inferno. “Fummo divisi tra maschi e femmine, spogliati di tutti i nostri vestiti e soprattutto marchiati a vita con un codice sul braccio. Il mio è B7456. Fu solo quando arrivammo al campo che ci rendemmo conto del destino che ci attendeva. Non dimenticherò mai quell’ufficiale nazista che con un solo sguardo ? ha continuato Sami Modiano nel suo racconto - decideva il nostro destino: abile o non abile al lavoro. Il paradosso è che chi non era abile andava direttamente nelle camere a gas. Ma noi questo lo abbiamo scoperto solo stando nel campo di lavoro, sentendo per tutto il giorno e tutti i giorni l’odore acre di bruciato: eravamo noi ebrei, che poco alla volta, venivamo eliminati”. Sami Modiano è rimasto nel campo di sterminio di Buchenwald circa 6 mesi, tempo sufficiente per perdere la sorella ed il padre e per rendersi conto che del suo corpo non era rimasto che lo scheletro. Durante l’incontro, organizzato presso l’Istituto Tecnico de’ Liguori di, promossa dal Comune caudino, dall’istituzione scolastica e dalla Pro loco locale, non sono mancati momenti di vero scoramento nel racconto di Modiano, lui seduto su una sedia, fisico asciutto, la testa senza più capelli, ma lo sguardo vivo, pronto, anche se con sofferenza, a ripercorrere quei giorni, quel tempo in cui sembrava imminente la fine della vita. “Io sono vivo per miracolo: quando pensavo di non farcela più due braccia mi hanno sorretto e trasportato, paradosso, verso la libertà”. Infatti, con l’imminente arrivo dei russi, le SS trasportarono gli ebrei che rimanevano da Buchenwald ad Auschwitz, in quello che comunemente è definita la ‘marcia della morte’. Tre chilometri percorsi di notte e tra la neve portarono ebrei alla destinazione finale, dove nei progetti tedeschi, doveva finire tutto, con lo scoppio del campo. “Mi sono salvato perché hanno appoggiato ciò che rimaneva del mio corpo accanto alla pira dei morti. Prima di scappare le SS hanno fatto piazza pulita di tutti gli ebrei ancora in vita. Io per loro ero già morto. Non saprei dire con precisione quanti giorni, io ed altri sopravvissuti, abbiamo vagato nel campo di Auschwitz, mangiando erba e neve in attesa dei russi. Sono stati i giorni più brutti, in bilico tra la vita e la morte, spesso in stato d’incoscienza. Il mio destino - ha concluso Modiano - ha voluto che io tornassi a casa, che testimoniassi, nella mia vita, quello che i miei occhi hanno visto ed il mio corpo patito”. Il dato più sconvolgente è che dei 2500 ebrei di Rodi sono tornati a casa 33 uomini e 120 donne. Degli altri è rimasto il fumo da un comignolo, il fumo dell’anima.
Nella Melenzio



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