Sannio, Mr. Ferguson e il petrolio: 'Necessario andare d'accordo con il territorio'

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"Per poter realizzare questo progetto è necessario andare d'accordo con il territorio". A sostenerlo è David Turco, avvocato romano presente a Ginestra degli Schiavoni, assieme Robert Donald Ferguson l'amministratore della Delta Energy Ltd, la società britannica che intende avviare delle ricerche di idrocarburi in 36 comuni della provincia di Benevento (18 presenti nell'istanza "Pietra Spaccata" e 22 in "Case Capozzi", quattro di questi sono comuni irpini). Tutto finisce qui dunque visto che istituzioni e cittadini si sono mobilitati contro le trivelle? Niente affatto: "Siamo sicuri di poter trovare il petrolio".

ADDABBO: 'NIENTE A CHE FARE CON IL PETROLIO' MA QUALCUNO CI PENSA..
Una riunione richiesta dal sindaco del piccolo comune sannita, Zaccaria Spina, che ha fatto gli onori di casa ospitando altri sindaci di comuni interessati dalla ricerca di petrolio (tra i presenti amministratori di Montefalcone Valfortore, Molinara, San Giorgio la Molara, San Marco dei Cavoti, Foiano, Baselice). Un incontro tutto sommato conoscitivo, che doveva essere tra gli esponenti della Delta Energy Ltd e gli amministratori locali. L'interesse che desta la faccenda si è però allargato agli esponenti del comitato "No Triv Sannio" e ad alcuni giornalisti. Poco male, visto che è stato lo stesso Turco a sostenere che la Delta Energy aveva assoluta intenzione di presentare nei prossimi giorni il progetto anche alla cittadinanza. Seduta aperta insomma, durata oltre tre ore, dove si è fatto il punto della situazione e dove ognuno ha fatto la sua parte: Ferguson, supportato dal legale e dalla geologa ambientale Valentina Negri ad illustrare il progetto di ricerca idrocarburi snocciolando numeri e rassicurazioni, dall'altra gli esponenti del comitato "No Triv" che hanno incalzato con domande precise quelli della Delta Energy. Nel mezzo gli amministratori, alcuni già fermamente orientati verso il "no" come, ad esempio il sindaco di Molinara Giuseppe Addabbo, altri rimasti un po' imbambolati dalla "bontà" del progetto come Remo Cavoto, consigliere comunale di San Marco dei Cavoti, delegato alle Attività Produttive. Si è trattato, ad ogni modo, solo di un primo colloquio da parte dei rappresentanti dell'azienda britannica che in questi giorni saranno in altri comuni come Pietrelcina, S.Giorgio del Sannio o Casalbore.

LE RAGIONE DELLA DELTA ENERGY LTD
Una presentazione, fase per fase, quella della Delta Energy, che non ha convinto la maggior parte dei presenti in sala. Poco male, Ferguson e co. sono sicuri di poter fare grandi cose nel Sannio e sperano di non fermarsi alla "fase uno", ossia quella relativa agli studi geologici e geofisici. Per ora però nessuna trivellazione: "La prima parte è necessaria per capire se ci sono realmente i presupposti per ricerche petrolifere in zona - ha ammesso Turco in un passaggio -solo in quel caso andremo avanti con la richiesta di istanza per le perforazioni". Si, perchè la Delta Energy attualmente ha ottenuto solo il Via per uno dei due progetti, "Pietra Spaccata". Ma cos'è un'indagine geofisica? In parole povere si tratta di una vera e propria ecografia del sottosuolo tramite onde elastiche che vanno a "sondare" in profondità il territorio in questione. C'è prima da conseguire una serie di autorizzazioni (tra queste anche il nulla osta per il transito dei mezzi pesanti sulle strade o la richiesta planimetrica dei sottoservizi), poi si passa al posizionamento dei geofoni e delle linee di energizzazione, poi al rilievo topografico: "L'energizzazione -ha spiegato Negri - avviene tramite "vibroseis" . Il rumore nelle immediate vicinanze è percettibile ma non eccessivamente significativo: per la Delta Energy è "pari a quello da calpestio". Al termine dei rilevamenti ci sarà la fase di ripristino con la liquidazione di eventuali danni "che pagherà la Delta Energy - ha proseguito Turco - e forniremo una sorta di scatola nera di tutto quello che abbiamo fatto". Il progetto poi si preannuncia immacolato: occupazione del sottosuolo limitato, rumori mai invasivi, agricoltura rispettata, nessun pericolo per la salute pubblica, cantieri totalmente itineranti, nessun problema di inquinamento delle falde acquifere, nessuna discarica post-intervento sul territorio sannita, nessuna tecnica di "scoppio" per sondare la zona e nessun intoppo con le autorità di bacino. Solo un po' di inquinamento acustico, comunque limitato.

NESSUN DISTINGUO TRA PRIMA E SECONDA FASE: SI RISCHIA IL 'PACCHETTO'
Fin qui la Delta Energy: "Sono imprenditori che propongono un loro prodotto e noi sindaci dobbiamo chiederci perchè vengono a proporlo proprio qui" si chiede Addabbo. La verità è che mr. Ferguson è assolutamente convinto di fare centro e trovare il petrolio. L'attenzione è naturalmente puntata sui vecchi siti già sondati decenni addietro. Da qui in poi una serie di dubbi, con gli amministratori che hanno chiesto lumi ai rappresentanti della società. La Delta Energy, con sede legale a Roma, è una società formata da manager che hanno già lavorato in multinazionali del petrolio conquistando risultati importanti. Il capitale sociale è di 200mila pound attuali. Una cifra troppo ristretta per qualche amministratore locale che vede nella Delta Energy una sorta di società veicolo qualche grossa multinazionale. Supposizione respinta: "Non siamo affatto speculatori". Spazio poi ai chiarimenti ed alla tempistica che va dalla fase di sondaggi a quella dove entreranno in azione le trivelle: secondo il rappresentante legale della Delta, entro 24 mesi sarà possibile capire se ci sono i presupposti per estrarre petrolio dal sottosuolo sannita.
Le buone intenzioni lasciano il tempo che trovano. Sicuramente la prima fase non "aggredisce" il territorio, ma il timore del comitato e di qualche sindaco è che, accettando la fase "uno", si accetta automaticamente tutto "il pacchetto". Nessuna apertura dunque, anche per i troppi condizionali usati nella divulgazione del progetto. Dubbi poi sui parametri di profondità massima (non dichiarati dalla società), sui danni che le sonde creano in superficie, sui rischi sismici. Restano poi una serie di dubbi su ricavi e royalties e qui ritornano buone le posizioni di Aspo Italia e Cygam Energy: Se si considerano le sole riserve certe, l’Italia possiede 66 miliardi di metri cubi di gas e 77 milioni di tonnellate di petrolio. Le riserve certe però, coprono solo tre quarti del fabbisogno nazionale annuo ed in pratica, dopo nove mesi non rimane più nulla, resteranno solo i buchi delle trivelle. L'autonomia energetica nazionale svanisce, il pertolio si prosciuga, a differenza di fonti rinnovabili (come eolico e fotovoltaico/solare) che hanno autonomia energetica duratura ed assicurata. Interessante, a tal riguardo, è uno dossier stilato nell'aprile del 2010 dalla Cygam Energy, società petrolifera del Canada, che spiega perchè l'Italia è terreno fertile per le multinazionali petrolifere. Per i permessi offshore la royalty statale sulla produzione di petrolio è solo del 4%”, mentre negli altri stati le percentuali sono vertiginosamente più alte. Qualche esempio? In Libia e in Indonesia è l’85%, in Russia e Norvegia l’80%, in Alaska 60% e in Canada 50%. In Italia non devono essere pagate royalties sui primi 300 mila barili di petrolio prodotto ogni anno e per ogni giacimento, il che significa una produzione di petrolio libera da royalties sui primi 822 barili al giorno, per singolo giacimento. Per cui se una compagnia ha centrali estrattive in diverse zone, può portarsi a casa anche milioni di barili all’anno senza pagare neppure un centesimo.
Gaetano Vessichelli



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