Soli spesso, sempre mai: in memoria di Chabrol che ha reso significativo il piccolo

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di Tiziana Nardone - Dal Quaderno Settimanale n. 587  - Lo hanno definito immenso, libero, impertinente, politico e prolisso nell’annunciare che ‘non era più’. Prima di scrivere come e quando sia morto, ci piace ricordare cosa aveva rivelato di sé, da vivo. Lo facciamo riportando le sue soluzioni al “questionario di Proust”, il gioco di società approntato dall’autore della ‘Récherche’.

Il tratto principale del mio carattere. La pazienza… o l’indifferenza, a seconda che si scelga di vederla in modo positivo o negativo.

La qualità che desidero in un uomo. L’educazione.

La qualità che preferisco in una donna. L’intelligenza. Quel che apprezzo di più nei miei amici. L’affetto… che hanno nei miei confronti.

Il mio principale difetto. Forse il fatto di cercarlo senza trovarlo… sono egoista, come tutti. Pensandoci bene, una certa doppiezza.

La mia occupazione preferita. La meditazione.

Il mio sogno di felicità. Non avere il tempo di meditare. Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia. Da una parte essere sempre solo, dall’altra non poter essere mai solo.

Quel che vorrei essere. Incontestabile.

Il paese dove vorrei vivere. La Francia, nel sud della Loira.

Il colore che preferisco.Mi piacciono il bianco e il nero, il marrone e il verde… Quei colori che sembrano discordanti ma che stanno bene insieme.

Aveva ottanta anni, ed era padre di 60 film, Claude Chabrol, quando è morto, il 12 settembre scorso, lì dove era nato, a Parigi. A venti anni aveva cominciato a frequentare la Cineteca Nazionale di Henri Langlois. Era diventato insieme ad altri autore dei ‘Cahiers du Cinèma’, amico del professor Jean Marie Maurice Scherer (Eric Rohmer). Insieme, nel 1956 avevano raggiunto Cannes, per incontrare il loro idolo, Alfred Hitchcock, con il sogno di intervistarlo. Avevano poi pubblicato non un’intervista, ma una biografia commentata che, nel 1957, aveva avuto vasta eco a Parigi, segnando lo stile dei ‘giovani turchi’ della Nouvelle Vague. Chabrol, infatti, insieme a François Truffaut, Eric Rohmer, Jacques Rivette e Jean-Luc Godard è stato uno dei cinque grandi del movimento che sul finire degli anni ’50 aveva ripudiato il cinema classico, rivendicando l’immediatezza del divenire: film girati con mezzi di fortuna, nelle strade, in appartamenti, a immortalare una generazione disinvolta, inquieta.

“I giovani turchi dei Cahiers decisero – hanno più volte scritto - a metà degli Anni ‘50 che era arrivato il momento di prendere il potere. Fin da ragazzini, la loro cinefilia aveva uno scopo: fare il cinema, non limitarsi a scriverne”. Da allora, Chabrol, fino al 12 settembre scorso, ha diretto 60 opere. Considerato che ha esordito nel 1956, sta a indicare più di un film all’anno: “Facendo due conti – ha detto lui stesso - ho passato più tempo sul set che a casa mia, e forse è il motivo per cui il matrimonio ha funzionato».

Fu il primo tra i suoi amici a girare un lungometraggio, Le beau Serge, del 1956, dando di fatto il via alla Nouvelle Vague, anche se saranno ‘I 400 colpi’ di Truffaut e ‘Fino all’ultimo respiro di Godard’ a farla brillare. Dissacrante la versione che diede della sua consulenza tecnica per il film ‘Fino all’ultimo respiro’ di Godard: “Io e Truffaut abbiamo cominciato a scrivere il film ispirandoci a un fatto di cronaca, la storia di uno chiamato Poiccard che aveva ucciso un poliziotto. Ma poi non ci siamo intesi sulla maniera in cui lui ritrovava la ragazza a Parigi. Io dicevo: ‘Si ritrovano per caso’. E François: ‘Ci vuole una giustificazione’. Ed è Jean-Luc che ha avuto l’idea geniale, il New York Herald Tribune. Comunque a un certo punto io e François abbiamo lasciato perdere. E Jean-Luc ha chiesto: ‘Ma quella vostra idea, c’è ancora?’. Gliel’abbiamo passata, lui è andato dal produttore che ha accettato dicendo: però ormai Chabrol e Truffaut sono un po’ conosciuti, mettiamo i loro nomi. Ed è così che Truffaut è indicato come sceneggiatore e vi posso giurare che non è più autore della sceneggiatura di quando io ne sia il consulente tecnico”!

Nel 1968, partecipa al maggio ribelle con “Les Biches”, ritratto della libertà sessuale. La sua è un’analisi della società senza voglia di redenzione, nessuna speranza è additata, col giallo, col noir Chabrol vuole solo fotografare. Nel 1978, ‘Violette Nozière’ mette d’accordo critica e pubblico, scoprendo il talento di Isabelle Huppert che conquisterà la giuria del festival di Cannes.

Claude Chabrol è stato descritto, da chi ha avuto la possibilità di stargli accanto, come un uomo dotato di un fascino irresistibile, dall'intelligenza vivida e dalla battuta pronta. “Sono sempre stato comunista – dicono abbia detto - ma non per questo passo tutto il mio tempo a descrivere la povera gente che muore di fame».

Dal suo maestro Hitchcock aveva preso il gusto di apparire nei suoi film, lo ha fatto, sempre, dal 1958 al 2003.
Da tutti conosciuto e forse ingiustamente additato come ‘regista d’atmosfera’ fu lui stesso a spiegare: “Quando si è più dotati per la miniatura che per le pennellate a getto, per comporre un’opera bisogna comporre un mosaico… Modestamente, questa è la mia procedura. Cerco di rendere significativo il piccolo, l’infimo”. Lo ha fatto, da illuminato.



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