SPECIALE CITTA' SPETTACOLO. Dopo il festival, la riflessione: Benevento e quel teatro che continua ad essere altrove...

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SPECIALE CITTA’ SPETTACOLO - Si è concluso ieri l'ultimo atto, il terzo (come da canonica tragedia) della trentacinquesima edizione del Festival che auspicava fin dal 1980 a trasformare Benevento in una “città spettacolo”. Così recita ancora lo slogan dello spot di Vincenzo De Matteo, vincitore (annunciato inspiegabilmente solo il penultimo giorno del festival) del Concorso VideoVarietà: “Vuoi vivere il teatro? Esci da casa, vieni a Benevento Città Spettacolo”. Uno spot certo convincente, ma poco calato nella realtà. Nell'ultimo dei Raccontami Benevento, svoltosi in maniera suggestiva nella Cripta del Duomo dal 19 al 21 settembre, l'attrice si chiede se San Gennaro appartenga a Benevento, la regina del Sannio o a Napoli, il giardino d'Europa: “è 'o mio o è 'o tuoio”? Ecco dovremmo farci la stessa domanda per scoprire che le colpe non sono mai da una parte sola, né solo nel presente.
1999, XX edizione del Festival: Memoria del futuro
2001, XXII edizione: Confusione
2010, XXXI edizione: Storie e memorie
2012, XXXIII edizione: Labirinti della memoria ed enigmi del presente
Gli ultimi quindici anni sono stati caratterizzati dalla consapevolezza che il teatro fosse altrove, nel passato, o là da venire. È fin troppo ovvio e semplicistico addebitare questa crisi del Festival ad una crisi molto più ampia della cultura in Italia, basterà pertanto attenersi al qui e ora.
Alcuni spettacoli, davvero meritevoli, hanno avuto una scarsa partecipazione di pubblico, altri invece la massima risonanza. Il primo ostacolo da superare riguarda la questione della percezione del teatro da parte del pubblico. Molti volti cittadini mi capita di vederli solo in occasione di certi spettacoli - come si dice - à la page. Sono gli stessi volti che vedo unicamente il giorno della presentazione dei finalisti del Premio Strega. Ma il teatro, come ogni altra iniziativa culturale, non è un evento mondano, è un evento necessario!
Un Festival più che trentennale avrebbe dovuto avere delle ricadute davvero consistenti sul tessuto cittadino, ma ahimé, i teatranti ci sono il pubblico un po' meno. La città non si trasforma in spettacolo durante il Festival, figuriamoci durante l'anno.
Fino a qualche anno fa una serie di eventi collaterali al Cartellone, anche gratuiti, occupavano molti più spazi visibili della città con il cinema, la musica, le mostre. Indubbiamente erano altri tempi, anche e soprattutto economici, ma bisognerebbe trovare qualcosa per far sentire il Festival alla città. Nella serata conclusiva Elena Annovi e Simona Forlani, da un'idea e coreografia di Wanda Moretti, si sono esibite in Little Nemo-danza verticale. Le performers hanno danzato attaccate a dei cavi d'acciaio sulla facciata di Palazzo Paolo V. L'esibizione ha naturalmente richiamato anche un pubblico occasionale, che si chiedeva intanto quando fosse iniziato il Festival o peggio “ah perché c'è ancora Città Spettacolo?”. Eppure anche l'ultimo week-end ha riservato delle sorprese, non ultima la partecipazione del Centro di salute mentale di Benevento. È andato in scena, infatti, domenica sera all'Arco del Sacramento, lo spettacolo L'infinita ombra del vero, frutto del laboratorio teatrale di Peppe Fonzo con gli utenti del Centro. Un circo ironico, grottesco, commuovente di chi, fuori dalla vita, riesce a vivere la scena, mettendo a nudo i propri sogni e i propri incubi. Il Centro Napoletano di Psicanalisi con la Società Psicoanalitica Italiana ha dato, del resto, l'impronta al terzo ed ultimo week-end del Festival con due convegni sul linguaggio a cui hanno preso parte anche l'autore, attore, regista Giuseppe Di Miale di Mauro in scena con Onora il padre, dramma familiare e psicanalitico, andato in scena venerdì al De Simone e Mauro Gelardi, autore e regista di Do not disturb, performance per camere d'albergo.
Forse è la formula dei tre week-end a risultare dispersiva, forse bisognerebbe differenziare un po' i costi dei biglietti, forse bisognerebbe tornare ad affiancare le attività laboratoriali agli spettacoli. Sicuramente delle varianti, delle soluzioni, delle strategie andrebbero intercettate. Ci auguriamo insomma che il terzo atto della trentacinquesima edizione non sia l'epilogo e che scenda un Deus ex machina a risollevare le sorti del Festival.
Mi auguro soprattutto di non arrivare a condividere le parole di Oscar Wilde (interpretato in maniera brillante da Gianluca Guidi sabato al De Simone) che dalla sua casa di Merrion Square “stava a guardare un palcoscenico di provincia dove si consumavano solo melodrammi, mentre il Teatro continuava ad essere altrove”.

Marialaura Simeone

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