Tuo figlio no, di quello sì. I soldi pubblici fan cassa nelle scuole private

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Studenti, barricate, incendi. Insomma, disordini. Gli adulti, invece, li vediamo abbarbicati sulle sommità dei monumenti. Una rivolta semplice, diretta la prima. Pensata, la seconda. Seduti sul proprio divano, da ammodernare, da sostituire o da preservare, ché da poco è stato comperato, i più guardano le immagini scorrere con poco interesse. Non si parla di tasse, di condoni, di accertamenti catastali, quindi non è necessario sollevarsi e bloccare le palpebre nello spasmodico tentativo di capire… se si dovrà sborsare oppure no. Si parla soltanto dello sviluppo cognitivo dei propri figli, e del loro conseguente sviluppo sociale. La minoranza, del resto, è giustificata: qualunque fine tocchi al sistema d'istruzione pubblico italiano, quest'ultima continuerà a servirsi delle private.

Chi finanzia le private a cui pochissimi possono accedere? Lo Stato. Cioè voi, insegnanti precari, somministrati d'agenzia, partite Iva. Sì, sì. Pagate per un servizio a cui difficilmente potrete far accedere i vostri figli. Perché? Perché non avete denaro a sufficienza. Nonostante il bonus che il Governo promette. "Siccome le scuole paritarie costano - ha detto la Gelmini al 'Corriere della Sera' - sto pensando a una riforma che dia la possibilità di accedere a un bonus a chi vuole frequentarle. Un po' come già succede in Lombardia". In Lombardia, col progetto "Dote scuola", si assegna un contributo, di 1.000 euro l'anno, sia agli iscritti alle scuole paritarie, sia a quelli che seguono un corso nella scuola pubblica. In quest'ultimo caso si traduce in una sorta di 'bonus' da spendere sotto forma di materiale didattico, libri o per l'acquisto di un computer. La concessione della 'dote', dell'assegno, è legata alla richiesta on line: ne hanno diritto le famiglie che hanno un reddito al di sotto di una certa soglia, gli studenti più meritevoli e coloro che chiedono di andare alle private (che vuol dire? Tutti!). 1000 euro non coprono la spesa che in un istituto privato liceale di medio-alto livello si attesta attorno ai 5.000 euro annui. 1000 euro aiutano però le scuole private a crescere nelle preferenze.

Lo Stato, nell'ultima devoluzione, le ha finanziate per 130 milioni di euro. Gli istituti privati nel 2008/2009 sono stati 15.946 (il 28% del totale). Le scuole non statali pubbliche (3.414) sono quelle gestite dall'ente locale (Comune, Provincia o Regione), le scuole non statali private (12.532, il 21,7% del totale con circa 920.000 alunni) sono invece gestite da enti o soggetti privati, laici o religiosi. Gli studenti che le hanno frequentate: poco più di un milione, il 12% della popolazione studentesca. 130 milioni per un 12% sono tanti. Se si dà alle private è normale che poi la coperta debba essere strattonata per le statali. Nel testo di riforma Gelmini la locuzione “senza maggiori oneri a carico della finanza pubblica” è ripetuto per 15 volte su 25 articoli.

Per il prossimo anno, il governo aveva inizialmente previsto un taglio di un miliardo di euro al Fondo di Finanziamento ordinario delle università ed un taglio del 90% dei fondi per le borse di studio. Dopo le proteste degli studenti e dei docenti, per il prossimo anno i tagli all'FFO sono stati ridotti a 300 milioni. Nel 2012, tuttavia, si riproporrà una situazione ancora peggiore, con il Fondo nazionale per le borse di studio che passerà dai 250 milioni del 2009 ai 12,5 milioni del 2012, una riduzione del 95%. Il Fondo di finanziamento Ordinario verrà, invece, ridotto di altri 300 milioni rispetto al 2011 (- 600 milioni rispetto a quest'anno, un miliardo in meno rispetto al 2008). Vengono, invece, reintegrati tutti i tagli agli atenei privati. Si finanziano istituti di ricerca privati. La Germania e la Francia, con una popolazione studentesca simile alla nostra, investono 1,4 miliardi di euro l'anno, l'Italia si ferma all'incirca a 500 milioni. Ogni anno, almeno il 20% degli aventi diritto non riceve la borsa di studio per mancanza di fondi.

"La soluzione dei 'prestiti sull’onore' - ha scritto l'8 dicembre Paolo Flores d'Arcais - che tanto piace ai liberisti, è la più smaccata negazione della meritocrazia, cioè, delle eguali chance di partenza: lo studente esce dall’università come un mutuo ipotecario vivente, anziché come un laureato eguale agli altri e, in tempi di lavoro precario, vivrà indebitato fino alle calende greche… Eppure ci sarebbero parecchi modi per tenere insieme meritocrazia, egualitarismo ed efficienza. Una ipotesi tra le tante: gli studenti non pagano nulla, e anzi ricevono un vero salario di cittadinanza, modulato sul reddito reale delle famiglie. Pagheranno poi, quando entreranno effettivamente nel mondo del lavoro, in percentuale (progressiva, come ogni tassazione costituzionale, art. 53) sui loro guadagni. Le chance di partenza sono così rigorosamente eguali, egualitaria è la ‘restituzione’ alle università. Oltretutto verrebbe soddisfatta un’altra pretestuosa rimostranza liberista, che i costi dell’istruzione superiore oggi gravano anche su coloro che non possono farvi accedere i propri figli, e che dunque le richieste degli studenti, onerose per lo Stato, sono 'di classe', a danno degli operai, dei disoccupati e di tutti i meno abbienti". Io operaio preferisco che bravi ricercatori scoprano come combattere la malattia di cui mi ammalerò tra 20 anni?

Io operaio spero che scoprano come inquinare meno e regalare a mio figlio una natura vivibile? Io operaio voglio vivere meglio, voglio essere curato o voglio evitare di ammalarmi, voglio far parte del progresso, voglio saper scegliere chi possa tutelare i miei interessi? Non c'è soluzione, se non la conoscenza.
Tiziana Nardone



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