Il linguaggio autoritario

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Abbiamo imparato ad amare Pontiggia sulle pagine del supplemento domenicale del Sole24 Ore. Per diverso tempo vi ha redatto un diario mensile di personalissime riflessioni di contenuto vario, interrotte, purtroppo, dalla sua scomparsa. E c'è mancato. Facevano compagnia le asciutte meditazioni su eventi di diversa grandezza che stimolavano i suoi interventi. Sempre originale, offriva una lettura della realtà mai scontata, come riconoscibile era il suo stile da intagliatore di periodi.

Da scrittore amava le parole e ne riconosceva la potenza e la sacralità. Non a caso aveva dedicato venticinque anni allo studio del linguaggio autoritario. Di questo lavoro e di altri saggi tratta un volume postumo che raccoglie anche alcuni racconti inediti sotto il titolo de Il residence delle ombre cinesi. Il linguaggio autoritario è quello che Pontiggia riconosce più diffuso nei nostri tempi. Quanto più si è inattendibili, tanto più si accentua il carattere perentorio, categorico della comunicazione. L'autorità dovrebbe essere, come sostiene Horkheimer, “una superiorità riconosciuta”. Se manca nella sostanza la s'impone nella forma. Gli antichi poeti e i filosofi fino a Socrate attribuivano alla parola il potere di trasmettere valori e trasformare il mondo. Furono i Sofisti a strumentalizzare la parola per fini che non fossero la rivelazione della verità. Essi insegnarono a pagamento a persuadere l'uditorio. Prodico Diceo quando vide che l'uditorio era distratto disse: “Attenzione, eccovi il punto da 50 dracme!”. E allora tutti l'ascoltarono con estrema concentrazione.

I Sofisti individuarono le leggi del linguaggio persuasivo e se analizziamo il linguaggio autoritario, suggerisce Pontiggia, vediamo che esso traduce in atto i procedimenti della retorica antica. Quest'ultimo, però, a differenza dei Sofisti che volevano con-vincere (cum è il prefisso, di convincere, quindi, vincere insieme), vuole piuttosto vincere l'uditorio. Il linguaggio autoritario è assoluto, agisce sul passato, sul presente e sul futuro. Dichiara: così è sempre stato, cosi è, così sempre sarà! (In questo triplice senso proclamò Brenno “Guai ai vinti!”). E' definitorio, limitativo (nella cronaca giornalistica informa con connotazioni fatalmente negative, "un vecchio", "un meridionale", "un ebreo"…). Si annida persino nelle cosiddette pedagogie liberatorie, quando impone al bambino “devi essere libero”, “sii spontaneo!”.

Quasi sempre autoritario è il gergo dei critici letterari. Usare un linguaggio che è incomprensibile o difficilmente decifrabile dall'ascoltatore significa usare un linguaggio per non comunicare con lui. Lo stesso vale per il gergo medico, per il gergo dei politici, o quello scientifico. In quest'ultimo caso l'oscurità è ancora più grave. “Una delle caratteristiche di grandi scienziati, grandi pensatori, grandi psicoanalisti, è stata quella di esprimersi in un linguaggio chiaro e comunicativo”. Non per una generica tendenza alla divulgazione. Ma per un'aspirazione speculativa molto importante: “Collaudare i propri pensieri al vaglio del linguaggio comune nel quale sono depositate esperienze millenarie”. Così operò Freud. Grande scienziato e grande prosatore consapevole che lo strumento espressivo è una sonda che consente di arrivare più in profondità.

Secondo alcuni studiosi all'origine del linguaggio andrebbe posta la funzione del comando. “Le parole probabilmente esprimevano dei comandi al gruppo per coordinare le azioni che si rivelano positive per la sopravvivenza del gruppo stesso”.

Se il linguaggio autoritario, allora, è imperativo, unilaterale, inappellabile, in un’eventuale traduzione in termini linguistici dell'evoluzione della civiltà, si dovrebbe osservare un passaggio dall'imperativo all'indicativo e - conquista ulteriore - al condizionale: a una visione, cioè, più ipotetica, più aperta al dubbio e all'incertezza. “Ma temo - conclude Pontiggia - col suo appassionato disincanto - che, in generale, ne siamo molto lontani”.

Giuseppe Pontiggia Il residence delle ombre cinesi Mondadori, 2004, pagg.305, euro 17

Anna Maria Panella



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