Aida, come sei bella

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Recentemente, Raiuno ha trasmesso una fiction sul cantautore Rino Gaetano, prematuramente scomparso nel 1981 dopo un incidente stradale. E’ stato un volenteroso quanto impossibile tentativo di ricordare e descrivere, in qualche ora, un artista bravo e originale che dell’ironia e dell’autorionia innervò la sostanza della sua poetica. Dissacrò miti e tabù della società italiana del tempo, compresa la sua area di riferimento politico-culturale (la sinistra) e allora non usava. “E cantava le canzone” e così castigava, ridendone, i costumi del privato e del politico. Una delle più riuscite e fortunate fu “Aida”, pubblicata in un album omonimo proprio 30 anni fa. Il brano attraversava il cinquantennio italiano, tra gli anni Venti e i Settanta, con l’escamotage degli amori e degli umori di una donna chiamata appunto Aida. Le parole, (versi-pennellate un po’ impressioniste e un po’ dada), aperte a varie letture, sono imperniate su speranze e passioni finite nel conflitto, nel dolore e nella privazione e che sfociano nel refrain “Aida, come sei bella…” amaro e sarcastico al tempo stesso. Perché l’Italia, ostinatamente, rimane bella, nonostante gli italiani… Le canzoni di Gaetano conservano un’attualità che ne rimarcano il valore, al di là d’ogni revival modaiolo: aiutano a capire e a denunciare ancora oggi, anzi, più di quanto venissero comprese quando le incideva e le cantava. Sorte amara e frequente, soprattutto per gli artisti. Né gli sarebbe difficile inserire anche gli ultimi 25 anni in quelle parole (come in quelle di “Nuntereggaepiù” tra le più corrosive verso l’establishment e per ciò finita nel maglio della censura), chiudendola con un altro “Aida, come sei bella”.
Quindi, non tanto l’immutato affetto per quelle canzoni e il suo autore, rinfocolato dal temerario sceneggiato televisivo, riportano alla mente il ritornello che svanisce sulle trascinate note, mestamente, evocative della Marcia Trionfale, per Radames tornato vincitore, della più nota opera verdiana. Bensì, la sua odierna adattabilità, come didascalia, all’ultima performance del “gotha” politico italiano: quella del disgelo, vero o finto che sia, tra i leader delle due coalizioni nella speranza di fare assieme almeno la nuova legge elettorale (Veltroni vorrebbe anche altre riforme costituzionali da realizzare in un anno). I poli di centrodestra e di centrosinistra sono a pezzi. Puro assemblaggio di storie politiche e culture diverse quanto non opposte, si tengono per vincere e conquistare il potere, ma alla prova del governo fanno poco e spesso male. E’ accaduto, sempre, da quando vige il maggioritario, per le due stagioni di Berlusconi e per le due di Prodi e dei suoi successori (D’Alema e Amato). L’instabilità del quadro politico italiano, dunque, non è stata risolta. Sembrano averlo dimenticato in molti, oggi, che si sta rifacendo strada, fortemente, il sistema elettorale proporzionale, con la mera cautela di uno sbarramento al 5% minimo dei voti per entrare in Parlamento. In Italia esso è stato in vigore, praticamente, dal 1948 e fino al 1992, regalandoci la media di quasi un Governo all’anno. Si coniò anche il termine Governo-balneare che durava giusto il tempo delle vacanze dei parlamentari. Ma la questione di fondo non è di forme (le leggi elettorali) ma di sostanza e di ceto politico. Fino al 1992 non c’era alcuno sbarramento, ma di partiti alle Camere ve n’erano 7, 8, al massimo, qualche volta una decina. Oggi con la “semplificazione aggregativa” del maggioritario solo la coalizione dell’Unione ne ha quasi il doppio!

Il dialogo tra Berlusconi e Veltroni mira a produrre una eventuale nuova legge proporzionale che non si sa bene come, vigendo la Costituzione, dovrebbe evitare il referendum in via d’indizione per la primavera inoltrata. Il dubbio sorge perché il quesito dei promotori mira all’opposto, a creare una legge ultramaggioritaria, da bipartitismo più che da bipolarismo. Il referendum indetto, invece, potrebbe non tenersi solo se il Parlamento approvi una legge che sostanzialmente lo rende inutile, non una che lo neghi in radice. Né può bastare il fatto che verrebbe comunque cancellata l’orrenda legge vigente voluta solo dalle destre due anni fa, il Porcellum di Calderoli, che ci ha tolto la possibilità di eleggere deputati e senatori facendoli di fatto nominare dai partiti che li dispongono in lista.

Il “dialogo” pare quindi l’ulteriore dimostrazione di una superba capacità dei dirigenti di partito di parlare d’altro, di evitare la questione di fondo che è quella di darsi una precisa anima politica (liberale, conservatrice, socialdemocratica, cattolico-popolare, neocomunista) e su quella fare proselitismo e proporre un coerente e condiviso programma di governo agli elettori. Mettendo in conto anche di perdere, transitoriamente, nella convinzione che se le proprie tesi sono giuste prima o poi prevarranno, saranno messe alla prova dall’elettore popolo sovrano. Forse, i più ottimisti qualcosa del genere ritrovano nell’impronta data da Walter Veltroni al Pd e/o nel Pdl improvvisamente inventato da Silvio Berlusconi. In noi prevale lo scetticismo, purtroppo. “Sotto i fanali, l’oscurità…”.



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