L'Analisi. La verità, vi prego, sulla flat tax

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Ci sono tanti motivi per ritenere la flat tax, la cosiddetta “tassa piatta”, indesiderabile. Curiosamente, quasi nessuno di questi motivi viene utilizzato nel dibattito pubblico, che invece si concentra su altri che, nella maggior parte dei casi, sono totalmente – e insopportabilmente – fasulli. 

Tassa piatta, incostituzionalità e il conto al ristorante

C’è una vignetta che imperversa sui social e che recita più o meno così: “Al ristorante qualcuno mangia l’aragosta e qualcuno mangia una pasta in bianco; alla fine, si paga alla romana e questo equivale alla flat tax”. Vista la diffusione della suddetta vignetta e la simpatia che sembra riscuotere in chi la pubblica, vale la pena di partire da qui.

Innanzitutto, è sbagliata la premessa: l’esempio guarda infatti ai consumi (il cibo al ristorante) mentre la flat tax colpisce i redditi, indipendentemente da come uno li utilizza: a mangiare l’aragosta potrebbe essere una famiglia a basso reddito che vuole festeggiare una promozione o una laurea e chi mangia in bianco potrebbe essere un milionario che tenta l’ennesima e inutile dieta.

Lezione numero uno: l’imposta sul reddito guarda a quello che ogni mese entra nel portafoglio di chi è seduto al ristorante, non a come lo utilizza. Secondo, “pagare alla romana”, come tutti sanno, significa che si divide il conto in parti uguali (ma, già che ci siamo, vale la pena di leggersi cosa scrive l’Accademia della Crusca in merito). Questa è, invero, la definizione di “imposta in somma fissa”, una forma di imposizione fiscale odiosa sì dal punto di vista distributivo ma, poiché gli economisti sono brutte persone, considerata particolarmente efficiente e quindi, limitatamente a ciò, desiderabile.

Ma non è questo il punto. Il punto è che, al contrario, la flat tax non è nemmeno una “tassa piatta” come ormai la chiamano tutti. Non è una “tassa”, che è una forma di prelievo fiscale che finanzia servizi a domanda collettiva che creano esternalità (ad esempio, l’istruzione) bensì un’”imposta”, che invece è un prelievo obbligatorio senza vincolo di destinazione. Pur ammettendo che questa distinzione sia un vezzo da economisti (sempre loro!) di professione, resta il fatto che la flat tax non è nemmeno “piatta”: piatta è, semmai, l’aliquota, che non cambia (ed è quindi unica) e resta stabile allo stesso livello (per esempio, il 15, il 23 o il 30 per cento). Almeno così è dal punto di vista teorico: perché nella sua applicazione pratica è anche possibile che siano previste fasi di transizione, più o meno lunghe, in cui le aliquote sono molte di più.

E ancora: la flat tax non è nemmeno “proporzionale”. O meglio: uno la potrebbe anche strutturare come tale, ovviamente; ma l’idea originaria dell’imposta, e di fatto la sua applicazione ove questa è avvenuta, prevede sempre una serie di deduzioni e detrazioni (le cosiddette “spese fiscali” o “tax expenditures”) che diminuiscono rispettivamente base imponibile e imposta lorda e la rendono progressiva, esattamente come richiesto dalla Costituzione.

Magari “meno progressiva” o “diversamente progressiva”: ma di certo non totalmente proporzionale. A proposito: la Costituzione, all’art. 53, richiede che sia “il sistema tributario” (non, quindi, un’imposta specifica) a essere “informato a criteri di progressività”. Curiosamente, oggi solo l’imposta sul reddito lo è davvero. L’Iva, per esempio, è la seconda imposta italiana e raccoglie ogni anno circa 150 miliardi di euro di gettito (contro i 200 miliardi di euro dell’Irpef). Ed è puramente proporzionale, con aliquote differenziate in base al bene tassato e non in base al reddito dell’acquirente. E così via per tutte le altre.

Non si capisce quindi perché chi si lamenta della presunta incostituzionalità della flat tax non faccia lo stesso per le altre imposte. A proposito di incostituzionalità, però, e sperando che l’equivoco sulla progressività sia chiarito una volta per tutte, c’è da ammettere che un appiglio per gli “incostituzionalisti della flat tax” esiste davvero. Ma, nemmeno a farlo apposta, non viene quasi mai considerato.

Qualcuno potrebbe sorprendersi per il fatto che oggi la flat tax esiste già: il reddito dei lavoratori a partita Iva è infatti tassato al 15 per cento (in alcuni casi addirittura al 5) per ricavi fino a 65 mila euro (cosiddetto “regime forfettario”). A leggere il programma di centrodestra per le elezioni emerge un’impostazione del tutto coerente con questo disegno: “Estensione della flat tax per le partite Iva fino a 100 mila euro di fatturato, flat tax su incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti, con la prospettiva di ulteriore ampliamento per famiglie e imprese”.

Ora, il fatto che il reddito da lavoro di una tipologia di contribuente (la partita Iva) sia tassato al 15 per cento (o al 5!) mentre quello, di pari ammontare, di un’altra tipologia di contribuente (ad esempio, un lavoratore dipendente) sia tassato con aliquota corrispondente allo scaglione Irpef in cui ricade (minimo, il 23 per cento) è, almeno secondo l’interpretazione di chi scrive, davvero incostituzionale. Perché non ci si può limitare a leggere solo il secondo comma dell’art. 53: il primo recita infatti che il criterio per suddividere il contributo alle spese pubbliche è quello della “capacità contributiva”.

E la capacità contributiva di due individui che, ceteris paribus, guadagnano lo stesso reddito è ovviamente identica. Eppure – già oggi! – partita Iva e lavoratore dipendente sono soggetti a due aliquote diverse e quindi pagano due imposte differenti, anche a parità di reddito. E non è ancora finita (ma quasi).

Molti si lamentano che, grazie alla flat tax, un milionario pagherebbe la stessa proporzione di reddito di un povero. Al di là di quanto già scritto sulla progressività per deduzione e detrazione, la brutta sorpresa per chi sostiene questa affermazione è che anche l’attuale Irpef è soggetta allo stesso fenomeno. O quasi. Perché è vero che esistono quattro aliquote diverse, ma l’ultimo scaglione, quello dai 50 mila euro in su, è, per definizione, ad aliquota marginale unica (sempre al netto di eventuali deduzioni e detrazioni, sia chiaro, che, finché non si annullano, fanno aumentare l’aliquota media all’aumentare del reddito). Ora, non si può certo definire povero un individuo con reddito di 50 mila euro.

Ma, francamente, nemmeno ricco. Eppure, questo individuo è inserito nello stesso scaglione del milionario. Anzi, e qui si conclude l’apologia, molto spesso è vero il contrario. Perché l’individuo con 50 mila euro, così come i suoi colleghi della cosiddetta classe media con redditi superiori a 35 mila (e inferiori a un tetto che ogni lettore può fissare in base alla propria opinione di “individuo ricco”), appartiene a quella porzione di cittadini che più contribuisce al gettito dell’Irpef. Dal 65 all’80 per cento del gettito totale dell’Irpef, a seconda, appunto di dove si fissa l’asticella della ricchezza.

Si tratta, nella maggior parte dei casi, di lavoratori, spesso dipendenti. I percettori di redditi più elevati (e in particolar modo molto più elevati), invece, percepiscono redditi di natura diversa, soggetti a una tassazione che sfugge alle maglie larghe dell’Irpef e quindi caratterizzata da aliquote addirittura inferiori a quel 43 per cento (o anche al 35 per cento del terzo scaglione).

E i percettori di redditi più bassi? In Italia, circa il 50 per cento dei cittadini non paga alcuna imposta sul reddito, proprio grazie a deduzioni e detrazioni che annullano il debito d’imposta. Sarebbe così scandaloso, quindi, permettere un po’ di respiro fiscale a una classe media che, di fatto, è l’unica porzione di cittadinanza che finanzia lo stato sociale senza, peraltro, poterne godere appieno?

Flat tax: pro e contro

La flat tax risolverebbe ogni problema? Assolutamente no. Come egregiamente argomentato più volte dagli economisti della lavoce.info, per esempio da Baldini e Rizzo per quanto riguarda l’effetto sulla spesa pubblica o quello sulle classi medie di una flat tax a parità di gettito, i problemi risolti non sembrano compensare quelli nuovi che verrebbero creati. Si tratta di ottimi argomenti da utilizzare per essere contrari a questa proposta. Al contrario, tutti gli altri, quelli fasulli, non fanno altro che inquinare il dibattito.

Se chiedessimo a dieci persone quale dovrebbe essere la priorità della prossima legislatura, otterremmo probabilmente dieci risposte diverse: ambiente, rivoluzione energetica, istruzione, lotta alla povertà, lavoro, etc. L’economista, magari pubblico, risponderà invece “la riforma del fisco”. L’ultima legislatura ci è andata vicino; tuttavia, l’eccessiva eterogeneità della maggioranza parlamentare ha reso impossibile concludere il processo di delega.

Lo stato del dibattito attuale sulla flat tax fa presumere che la XIX legislatura non sarà molto meglio dell’attuale: e questa non è affatto una buona premessa, indipendentemente dalle opinioni, fiscali e non, di ogni elettore.

Paolo Balduzzi - M.Sc. e Ph.D. in Economics presso la University of Edinburgh, ricercatore in Università Cattolica, dove insegna Scienza delle finanze - per gentile concessione www.lavoce.info



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