NEW YORK (ITALPRESS) – Trump ci fa o ci è? Quello che vediamo è una strategia lucida di pressione massima, oppure un istinto che cambia umore e direzione e proprio per questo diventa pericoloso e inaffidabile. Partiamo da Davos e dalla svolta sulla Groenlandia. Per giorni Trump ha agitato lo spettro di una guerra commerciale con l’Europa, minacciando dazi contro otto Paesi europei se non avessero accettato l’idea di “cedere” la Groenlandia agli Stati Uniti. Poi, dal palco del World Economic Forum, ha recitato insieme il padrino e il pompiere. Prima ha detto: “Non devo usare la forza. Non voglio usare la forza. Non userò la forza.” Poi, subito dopo, ha lasciato la frase che suona come un ricatto: “Potete dire sì e saremo molto riconoscenti. Oppure potete dire no, e ce lo ricorderemo.”
E infatti, nel giro di ore, l’ennesimo cambio di rotta. Dopo l’incontro con il segretario generale della NATO Mark Rutte, Trump ha annunciato di aver “formato la cornice di un futuro accordo” e ha sospeso i dazi promessi ai Paesi europei.
È la madman theory applicata alla diplomazia: minacciare, destabilizzare, far tremare mercati e alleati, poi offrire – soprattutto se Wall Street cade davvero – una via d’uscita come se fosse un atto di generosità. Ma a che prezzo. Anche solo mettere in discussione l’integrità territoriale di un alleato NATO ha scosso il cuore dell’ordine occidentale.
A Davos, però, è successo anche altro, forse ancora più rivelatore. È nato il “Board of Peace”, l’organismo promosso dalla Casa Bianca per supervisionare la fase due della tregua a Gaza e la ricostruzione, con uno statuto che attribuisce al Board un mandato potenzialmente molto più ampio, tanto da alimentare timori europei su un canale multilaterale parallelo al sistema ONU.
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