Rete Sociale intervista l'arcivescovo Mugione: 'No al vuoto di comunità sui temi della salute'

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L’arcivescovo di Benevento, Andrea MugioneL’arcivescovo di Benevento, Andrea Mugione

La Rete Sociale si sta impegnando pubblicamente per portare nel Sannio l’esperienza dei “Progetti Terapeutico-Riabilitativi Individualizzati” basati sui Budget di Salute. Un’impostazione terapeutica divenuta legge regionale e il cui principale artefice, Angelo Righetti, si è ispirato alla “Regola” benedettina per la sua formulazione. San Benedetto, infatti, attraverso le migliaia di monasteri sparsi in Europa creò una vera e propria economia territoriale, accogliente e produttiva al tempo stesso, guidata da una logica comunitaria che si sta riscoprendo oggi in un momento di crisi economica e di valori. E su questo si dibatterà giovedì mattina nell’incontro “Impazzire si può…” promosso dall’Asl Bn1 e dalla Rete Sociale e condiviso dalla Caritas Diocesana, cui Monsignor Mugione, però, non potrà essere presente. Perciò gli chiediamo:
Eccellenza, in che modo potrà essere vicino a questa iniziativa pur non essendo presente?
“È la prima volta che la Diocesi prende pubblicamente parola su questo tema, anche se da anni la Caritas Diocesana ha promosso strutture per il benessere delle persone con sofferenza psichica e fisica. Ed è anche la prima volta che lo fa raccogliendo l’invito e la richiesta di un’associazione di familiari, schierandosi al fianco di un’idea portata avanti dalle famiglie per il loro benessere e proponendo ai sistemi sanitari attuali un vero e proprio cambiamento culturale: passare dalla logica delle strutture a quella dell’accoglienza sociale basata sulla rete territoriale. Questa nostra adesione è già evidente”.
Quali criticità Lei vede in questa nostra iniziativa che tenta di far rivivere quell’impostazione manageriale dei monasteri benedettini che fu in grado di utilizzare e valorizzare anche i deboli ed i malati, considerandoli non un costo ma una risorsa in un welfare di comunità?
“La mia preoccupazione è che spesso dietro una bella iniziativa annunciata poi non si realizzi nulla di concreto. Mi spiego meglio. L’adesione della Diocesi è totale, ma la mia preoccupazione è che tra la legge e l’ applicazione della stessa ci possa essere un vuoto di comunità: un impegno non sufficiente a trasformare la buona intenzione in realtà concreta da parte non tanto delle istituzioni preposte, quanto da parte di tutti i cittadini. La cura delle persone con sofferenza psichica non può, infatti, essere delegata solo agli specialisti, ma dovrebbe divenire una premura comune che si concretizzi in affiancamento alle famiglie, integrazione delle persone nei percorsi sociali e lavorativi, nel garantire continuità al sostegno attraverso una vera presa in carico”.
E quale ruolo può avere oggi un Arcivescovo in questo nuovo cammino auspicato dalle famiglie?
“L’Arcivescovo può sollecitare tutta la comunità di fedeli ad un’inversione di tendenza: la vicinanza alle persone in difficoltà non è argomento marginale delle comunità cristiane, ma è il centro della fede in Cristo che abita proprio nelle sofferenze dei nostri fratelli. Le Opere già realizzate dalla Diocesi per la casa e per il lavoro, infatti, non servono se tutti non si adopereranno a sostenerle affinchè diventino strumenti terapeutici efficaci, capaci di restituire al malato la sua dignità di persona”.
(Intervista realizzata da La Rete Sociale)



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