Esistono i fantasmi? Venite con noi e lo scoprirete

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Questa settimana vi parlerò di un viaggio diverso da quelli visti sino ad ora. E' per gli appassionati di miti, leggende e fantasmi!

Siamo in un paese della provincia di Parma, Colorno. Qui nel 1873, a seguito di un'epidemia di colera, vennero trasferiti i malati psichiatrici sino ad allora ospitate nell'ospedale di Parma. Per l'occasione furono riadattati i locali dell’ex palazzo ducale e dell’ex convento di San Domenico.

Le condizioni dei pazienti erano pessime. Ogni persona scomoda e inutile alla società veniva rinchiusa tra quelle mura, come se il manicomio fosse un ghetto, e sottoposta a maltrattamenti: letti d i contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettroshock punitivi, infermieri - carcerireri e malati-carcerati, rapporti sadici fra medici e pazienti. Non un luogo di cura ma l’inferno!

Al manicomio insegnavano che i matti non sono persone, ma poco più che cose: vanno lavati, vestiti, legati e puniti. Il manicomio era un lager.

Negli anni sessanta le cose migliorarono grazie a un gruppo di studenti di medicina che occupò la struttura rivendicando il diritto all’uguaglianza dei degenti, denunciando discriminazioni, gerarchie assurde e l’impossibilità di avere contatti esterni con i familiari.

Il 31 dicembre 1996 il manicomio di Colorno venne definitivamente chiuso.

Oggi, tra mito, realtà e legende, sembra che non sia finito nulla. Si racconta di urla e rumori provenienti dal manicomio. Si parla di fantasmi, entità non identificabili che vivono ancora lì dentro.

Ad accompagnarci in quel che rimane del manicomio sarà Hanna, una ragazza di 20 anni di origini ucraine. “Fin da piccola, affascinata dai molteplici meccanismi della psiche e dalla sfera emotiva,ho sempre creduto che ci fosse qualcosa oltre il corpo, cosi concreto e manifesto”.

Entriamo attraverso un piccolo buco fatto nel muro. L’atmosfera è inquietante. Carrozzine e lettini sono ovunque, così come i documenti dei pazienti. Ci sono cataste di vestiti, strumenti strani, medicinali, stoviglie e tanta polvere.

Hanna è terrorizzata, glielo si legge negli occhi, ma con grande coraggio si prepara per lo shooting fotografico. Si spoglia, indossa solo una maglietta strappata e uno slip, indifesa e a disagio come chi in questo posto è stato “sepolto vivo”.

Hanna vaga per il manicomio per sentire, per capire cosa è accaduto in questo luogo, per affrontare le sue più oscure paure. Noi la seguiamo, immortaliamo ogni istante, ogni sua emozione.

Si guarda attorno poi, sfidando la paura, inizia a toccare letti e carrozzine, ci si siede sopra, proprio come i malati mentali che venivano torturati qui dentro. Il suo sguardo è terrificante, punta nel vuoto, c’è un silenzio tombale, si sentono solo i battiti del cuore e il click della macchina fotografica poi…. ancora un tonfo, inspiegabile, che ci fa sobbalzare.



Sembrano esserci presenze che non riusciamo ad identificare, a spiegare. La mente vola ai pazienti che qui dentro sono stati torturati, alle loro grida di sofferenza, a chi matto qui non lo era ma lo è diventato. Sono loro a provocare i rumori? Vogliono che ce ne andiamo? O vogliono comunicare con noi? E se ci stessero chiedendo aiuto? E se fosse solo suggestione?

Nessuna di queste domande avrà mai delle risposte definitive. Personalmente ho affrontato questa esperienza solo grazie al rispetto che Hanna prova per il paranormale.

Non ci credete? Guardate per credere!


Domenico Pacifico



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